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La pietra lunare
"Mi pare impossibile che quando c'è la luna noi si dorma nelle nostre case", disse la fanciulla con un leggero ansito, parlando questa volta lentamente. "Quando c'è la luna fuori della finestra chiusa succedono cose strane, e meravigliose", aggiunse come riflettendo; "cioè insomma ci sono cose che corrono navigano girano per conto loro mentre noi dormiamo. Non è strano questo? Non è strano anche che si possa dormire mentre la luna attraversa il cielo?".
Pubblicato nel 1939, "La pietra lunare" è il primo romanzo di Tommaso Landolfi, incentrato sulla dicotomia tra reale e fantastico, sulle due realtà che muovono l’immaginario dell’autore ed improntano tutta la sua opera, capace di poesia e potenza espressiva sorprendenti (essa costituisce, secondo la definizione di Andrea Zanzotto, "uno dei punti di riferimento più radiosi del nostro Novecento letterario"). Da una parte c’è la vita del quotidiano, legata alla fisiologia del corpo, impregnata di un "odore pesante d'avanzi di lavatura di piatti e d'insetti domestici"; dall’altra, si apre il mondo meraviglioso ed affascinante popolato da creature misteriose come Gurù, la fanciulla-capra che appare con la luna.
Giovancarlo Scarabozzo è uno studente di lettere del secondo anno, che si diletta a scrivere versi; è timido, affascinato dalle donne, ma impacciato. Giovancarlo rifiuta la corporeità: una volta visto il corpo di una donna, la femminilità, ai suoi occhi di poeta, perde di fascino. Non è così per Gurù che, apparsa "dal fondo dell'oscurità" con "due occhi neri, dilatati e selvaggi", lo ha rapito, mostrandogli, tra il suo stupore, i "lunari orrori" abitati da creature diafane e fantomatiche, le viscere della terra dove regnano le Madri, in un percorso iniziatico alla scoperta dell’amore e di sé.
Bibliografia
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La pietra lunare
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