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Se questo è un uomo
"Considerate se questo è un uomo / Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no"
Reduce da Auschwitz, nel 1947 Primo Levi pubblica “Se questo è un uomo”, il diario di prigionia che aveva iniziato a scrivere in campo di concentramento: una testimonianza sconvolgente dell’orrore dei Lager, un documento che ricostruisce l’umiliazione, l’offesa, la degradazione che annienta l’umanità prima ancora dello sterminio di massa. Come afferma l’autore nella prefazione, il libro nasce dal “bisogno di raccontare”, è in primo luogo una liberazione interiore, nata da quella “pena del ricordarsi” mirabilmente descritta nel capitolo “Die drei Leute vom Labor”. L’esperienza di chimico permette all’autore di essere scelto come operaio specializzato e di avere accesso al laboratorio; qui, nei momenti di tregua, quando riesce a sottrarsi al vento e al freddo, egli sente “il vecchio feroce struggimento di sentirsi uomo”, quando “la coscienza esce dal buio” e la scrittura è un modo di fissare quell’esperienza disumana: “Allora prendo la matita e il quaderno, e scrivo quello che non saprei dire a nessuno”.
Gli appunti del laboratorio bisognava distruggerli, ma subito dopo la liberazione l’autore scrisse il libro perché i ricordi bruciavano ed è proprio sulla base del ricordo che si sviluppa la narrazione, fedele ricostruzione di quel mondo atroce che iniziava al di là del filo spinato del cancello del campo di concentramento, dopo la scritta Arbeit Macht Frei, il lavoro rende liberi, segno di confine tra umano e disumano. All’interno del filo spinato, in cui si svolge gran parte del racconto, è come se i prigionieri fossero già morti, perché la vita del campo ne cancella la dignità d’uomini. Solo quando i tedeschi se ne andranno verrà meno la legge del lager “mangia il tuo pane e anche quello del vicino” e i più deboli sapranno cedere il pane a coloro che hanno più energie per andare a cercare coperte, una stufa, del cibo nella distruzione del campo abbandonato: “Fu quello il primo gesto umano che avvenne tra noi”.
Ricordo, analisi asciutta e rigorosa della vita ad Auschwitz, che viene ricostruito nella sua topografia, nei suoi ritmi atroci, e anche monito, come annuncia la poesia “Considerate che questo è stato”, “Se questo è un uomo” è un’opera unica per la lucidità della memoria, la profondità della riflessione che aggiunge alla sofferenza personale una straordinaria qualità letteraria.
Il racconto narra due inverni terribili ad Auschwitz, dal ’44 alla liberazione, dalla deportazione narrata nel capitolo “Il viaggio” all’arrivo nel campo in “Sul fondo”, che racconta la perdita di identità, i prigionieri tatuati con un numero. Nei capitoli successivi, la narrazione documenta i giorni e le notti, l’incubo del comando del risveglio “Wstawàc”, le morti, il freddo, la fame che portano alla progressiva “bestializzazione” dei prigionieri, nucleo del capitolo “Al di là del bene e del male” in cui emerge la legge del campo che è quella del più forte ed invita il lettore a riflettere su “quanto del comune mondo morale potesse sussistere al di qua del filo spinato”. L’epilogo drammatico, “Storia di dieci giorni”, narra la disperata fuga di alcuni deportati in seguito all’abbandono del campo da parte dei tedeschi, che avevano compiuto la propria opera di distruzione nonostante la disfatta perché, come afferma l’autore nel diario di quegli ultimi giorni, “parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non – umana l’esperienza di chi è stato cosa agli occhi dell’uomo”.
Bibliografia
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Se questo è un uomo
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