Biografia di Vasco Pratolini
(Firenze, 1913 - Roma, 1991)
A differenza della maggioranza degli scrittori italiani, di solito d’origine borghese, Pratolini è di famiglia operaia: costretto ad interrompere gli studi, svolge i più svariati mestieri (tipografo, venditore ambulante, barista). Autodidatta, nella Firenze degli anni ‘30 entra in contatto con artisti e scrittori usi a frequentare l’abitazione del pittore Ottone Rosai. Nel ‘37 esordisce con un racconto su “Letteratura” e nel ‘38 diviene redattore, assieme ad Alfonso Gatto, della rivista “Campo di Marte”. I suoi primi lavori narrativi (“Il tappeto verde”, 1941; “Via de’ Magazzini”, 1942; “Le amiche”, 1943), giocati sul filo della memoria e sospesi tra il lirico ed il realistico, hanno palese connotazione autobiografica. Rispetto a certa esangue ed estenuata prosa d’arte degli anni ‘30, soprattutto fiorentina, l’opera di Pratolini ha tuttavia una inedita dimensione corale ed urbana: in essa si canta “la poesia di questa vita cittadina, dell’educazione sentimentale dei suoi abitanti operai, povera gente. E’ la poesia dell’ amicizia e della solidarietà, della gioia di sentirsi in molti, del primo bacio carpito all’angolo di una strada, dei vagabondaggi notturni nei bar, nei bigliardi, nelle vie antiche e deserte” (C. Salinari). Già ne “Il quartiere” (1943), s’affaccia il tema della presa di coscienza politica del sottoproletariato urbano: e se in “Cronaca familiare” (1947) - una specie di colloquio col fratello scomparso - torna a prevalere il registro privato ed intimistico, in “Cronache di poveri amanti” (1947) la Storia fa irruzione nel piccolo mondo antico di via del Corno. Testo fondamentale per capire l’entusiasmo di un paese che usciva dalla dittatura, “Cronache” colloca le minute vicende dei suoi protagonisti durante le lotte del primo dopoguerra e sullo sfondo dell’affermazione del fascismo, con toni ora epici ora sentimentali. Segue l’ambiziosa trilogia su un secolo di storia patria, cominciata con “Metello” (1955), proseguita con “Lo scialo” (1960) e conclusa da “Allegria e derisione” (1966). E’ al primo pannello del trittico che arrise il più vivo successo, ed è su di esso che si concentrarono gli strali della critica: il Muscetta sostenne che avrebbe dovuto, più appropriatamente, intitolarsi “Sesso e socialismo”, il Salinari ne prese invece appassionatamente le difese. A posteriori, si può affermare che Metello Salani è forse il più vivido personaggio creato dal Nostro ed il libro l’esito più alto della sua poetica, a mezza via fra l’opzione lirico-sentimentale e quella storico-critica: una poetica datata, certamente, se è vero che in seguito egli si chiuderà in un silenzio durato sino alla morte, interrotto solo da episodi (il rifacimento de “Lo scialo”, nel ‘76 e, un decennio dopo, la raccolta di alcune “cronache in versi e in prosa” degli anni ‘30, ne “Il mantello di Natascia”) rari e poco significativi.
Francesco Troiano
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Vasco Pratolini
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