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Dalla prefazione a "Uomini e no": "Io penso che sia molta umiltà essere scrittore. Lo vedo come fu in mio padre, ch'era maniscalco e scriveva tragedie (...) quando era a ferrare cavalli, mai accettava che gli dicessero: "Non così, ma così. Tu hai sbagliato". Ma quando scriveva dava ragione ad ognuno per qualunque cosa."
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Dalla prefazione a "Il garofano rosso": "Io non ho mai aspirato "ai" libri; aspiro "al" libro; scrivo perché credo in "una" verità da dire; e se torno a scrivere (è) perché qualcosa che continua a mutare nella verità mi sembra esigere che non si smetta mai di ricominciare a dirla."
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"Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell'uomo ch'egli soltanto sa scorgere nell'uomo". Elio Vittorini, Lettera di Vittorini a Togliatti, su "Il Politecnico", 1947
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Io — sostiene Vittorini — gli scrittori li distinguo così: quelli che leggendoli mi fanno pensare "ecco, è proprio vero", e che cioè mi danno la conferma di 'come' so che è in genere sia la vita. E quelli che mi fanno pensare "perdio, non avevo mai supposto che potesse essere così", che cioè mi rivelano un nuovo particolare 'come' sia nella vita
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