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L'Opera di Botticelli

La prima opera datata e documentata del Botticelli è la “Fortezza” del 1470, una delle sette virtù volute per il Tribunale della Mercanzia di Firenze dal console Sederini. Il dipinto presenta forti connessioni con i maestri del Botticelli: la massa plastica e l’ampio panneggio sono tipiche del Verrocchio, mentre la precisione delle linee sembra provenire dal Pollaiolo, che pur non essendogli maestro, fu da lui studiato.
Alcune Madonne realizzate intorno alla stessa data - attribuibili al Botticelli, anche se non ufficialmente documentate - dimostrano invece caratteri originali dell’artista, soprattutto nel tono di quella malinconia più volte sottolineata dalla critica. Nel dittico di “Giuditta e Oloferne” è ancora forte l’influenza del Pollaiolo, di nuovo nella precisione del disegno così come nella collocazione delle figure - in entrambe le tavolette - su un’altura con uno sfondo. Nella tavola de “Il ritorno di Giuditta” si delinea, però, il linguaggio figurativo del Botticelli: le figure sono disegnate armonicamente tra di loro, non in blocchi contrapposti ma in un fluire continuo. E’ questa una caratteristica, ricorrente nell’opera botticelliana, che si andrà sviluppando.
Intorno al 1477, data in cui Lorenzo il Magnifico acquista la villa di Castello, Botticelli dipinge per lui la “Primavera”. L’opera è di soggetto mitico, come molte altre del pittore. Con questa celebre tela, Botticelli si pone definitivamente come l’artista che meglio esprime gli ideali della filosofia neoplatonica. E’ Marsilio Ficino ad introdurre nel consesso culturale mediceo gli scritti di Platone, secondo i quali lo spirito vince la materia e si avvicina a Dio grazie all’intelletto e all’amore. Questi due ultimi temi sono presenti nel quadro. La scena va letta da destra a sinistra e vede il dio dei venti inseguire Flora: da quest’unione nasce la Primavera, che si muove verso il centro, dove appare nel suo splendore Venere, rappresentazione dell’amore e dea della fecondità, dunque madre; più a sinistra, danzano le Tre Grazie, mentre Mercurio porta la pace e, in alto, sopra a Venere, vola Cupido. Le immagini rappresentate sono idealizzate grazie ad un uso particolare della linea di contorno, con cui Botticelli suggerisce la loro natura non reale ma immaginaria. L’idealizzazione non impedisce la presenza di minuziosi particolari reali, quali i cinquecento tipi di piante, presenti nella zona di Firenze e tuttora esistenti. Tutto è reale ma sublimato, grazie al disegno ed al colore che non ha nulla di classico, anzi si lega fortemente all’immaginazione tardo gotica. Molti critici hanno, inoltre, ravvisato una certa malinconia nelle opere del Botticelli, la stessa presente nei famosi versi del Magnifico “del doman non v’è certezza”, avvisa Lorenzo. Questo senso d’incertezza è forte nelle tele del pittore fiorentino.

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Sandro Botticelli: Fortezza

Sandro Botticelli: Fortezza


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