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Operadi Michelandgelo Merisi detto il Caravaggio
Emblema dell’artista moderno sia per la vita inquieta che per l’appassionata ricerca della verità, capace di far coincidere come nessun altro la vita e l’arte, Caravaggio deve a questo, unitamente alla particolare tecnica pittorica e realizzativa, il suo straordinario successo. Prima di lui, lo stile dominante nell’arte era profondamente legato ad un accademismo basato sullo studio della classicità e su indubbie derivazioni dai grandi protagonisti della gloriosa stagione rinascimentale italiana: Michelangelo, Raffaello, Leonardo, Tiziano e Correggio su tutti.
La novità caravaggesca risiede nel naturalismo della sua opera, espresso nei soggetti dei suoi dipinti - scevri da qualsivoglia idealizzazione - e nelle atmosfere, immerse in una luce teatrale d’incredibile efficacia che registicamente guida l’attenzione dello spettatore verso le figure rappresentate, in grado di fuoriuscire improvvisamente dal buio della scena: raramente il pittore lombardo dipinge lo sfondo, assai secondario rispetto ai soggetti, veri protagonisti della composizione.
Le opere giovanili rivelano un artista impegnato prevalentemente “a dipinger fiori e frutti”, ossia a svolgere un’attività di pittore di “nature morte” che si rivelerà decisiva per la comprensione della realtà nella sua dimensione più concreta - quella in cui l’uomo si dibatte quotidianamente - senza abbellimenti in ossequio ai canoni della classicità. Fulgido esempio di questa fase è la celebre “Canestra di frutta” (1596 circa), in cui l’umile oggetto naturale diventa protagonista, evidenziando - nell’equilibrio compositivo fra pieni e vuoti e nel rapporto reciproco dei colori - un’intensa vitalità, che le consente di essere ascritta fra i maggiori capolavori dell’intera produzione caravaggesca.
Nello stesso periodo – di fondamentale importanza per la formazione del poco più che ventenne pittore -, oltre al “Bacco” degli Uffizi, viene realizzato il “Riposo nella fuga in Egitto”, in cui, accanto a un certo manierismo ravvisabile nella ricercata posa dell’angelo, si nota già un’insolita “umanizzazione” dei soggetti sacri - Giuseppe e Maria sono rappresentati come una qualsiasi famiglia di contadini vinti dalla stanchezza -, destinata a divenire una peculiarità del suo stile.
Nelle tele di San Luigi dei Francesi - commissionategli per intercessione del suo protettore il cardinale Dal Monte e ascrivibili agli anni 1597-1601 - la luce comincia ad essere utilizzata come mezzo stilistico, come forza che immobilizza le immagini dando loro fermezza. Nella “Vocazione di San Matteo” essa muove, intensa e obliqua, da destra, senza che però sia possibile stabilirne con esattezza la provenienza: perde così il significato razionale, concreto, di luce reale, per divenire luce morale che, bloccando gli astanti nell’atto che stanno compiendo, conferisce loro intensa vita plastica.
Seconda parte
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Caravaggio,
Bacco,
1596-1597,
Olio su tela, cm 95x85
Firenze, Galleria degli Uffizi
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