|
Andrea Mantegna pittore di contrasti
Settembre 1464. Sulle rive del lago di Garda, su una barca, quattro uomini abbigliati alla maniera degli antichi si divertono a cercare iscrizioni, appellandosi reciprocamente “imperator” e “consul”. Per loro, l’antichità classica non è un fossile da studiare bensì linfa vitale, fine ultimo cui tendere.
Tra loro c’è Andrea Mantegna, il pittore dei contrasti: freddo, incisivo, analitico secondo alcuni, capace - a parere di Goethe - di realizzare la forma ideale attraverso lo studio dell’antico e di renderla viva mediante lo studio della natura.
Amore per la classicità, analisi del monumento antico e - tramite essa - scoperta dell’”uomo” e della “prospettiva”, interesse per quest’ultima come formidabile strumento di indagine della realtà: assolutamente logico aspettarsi tutto ciò, in un artista rinascimentale; e Andrea Mantegna, artista rinascimentale per eccellenza, non fa eccezione. Formatosi nella polivalente bottega di Francesco Squarcione, dove poté vedere e studiare molti reperti archeologici, fu a lungo immerso nella vivace congerie culturale cresciuta, a Padova, intorno ad un’università espressamente versata alla riscoperta filologica dell’antichità, sulla scia dalle ricerche sviluppate proprio in quella città da Francesco Petrarca sin dal XIV secolo.
Però in lui c’è qualcosa che va oltre l’esteriore erudizione archeologica, riscontrabile in tanti artisti del suo tempo: qualcosa che valica gli angusti limiti dell’analisi, sia pure dotta, di un illustre passato per farsi reale acquisizione, humus vivificante, imprescindibile presente.
Così, nel “San Giacomo condotto al supplizio” - tra le poche scene del ciclo d’affreschi della Cappella degli Ovetari salvatesi dal bombardamento aereo del marzo 1944 - il fondo è costellato di oggetti antichi ed architetture romane e, come in un altorilievo, le figure umane in primo piano evidenziano una statuarietà tale da indurre il Vasari a osservare che Mantegna “tira talvolta più alla pietra che alla carne viva”. La storia si proietta, quindi, “in avanti”, raggiungendo lo spettatore e conferendo ai personaggi, costituiti di materia solida – e quindi incorruttibile – un’aura d’immortalità. La “cornice” classica – archi, fregi, edifici antichi – non è mera erudizione, bensì ambientazione storica, strumento di nobilitazione degli uomini in essa inseriti, che, con essa, giungono fino a noi da distanze secolari, oltre la caducità del tempo.
Analogo tono monumentale nei nove pannelli con il “Trionfo di Cesare”, in cui Mantegna ripropone il tema dell’antico ricorrendo addirittura al monocromo, al fine di creare un suggestivo “effetto scultoreo” che toglie alla rappresentazione qualsiasi carattere contingente e ne eterna i protagonisti. Ancora una volta, la storia si fa presente e il presente si fa storia, in un anelito – simbiotico e vitale – d’assoluto.
E, forse, ora meglio s’intende lo spirito di quell’escursione del settembre 1464, in occasione della quale Felice Feliciano ed Andrea Mantegna, assieme al pittore Samuele da Tradate e all’ingegnere Giovanni da Padova, fecero una gita archeologica in barca sulla riva meridionale del lago di Garda, conclusasi – fra ghirlande di mirto e canti accompagnati dal liuto – con preghiere e ringraziamenti alla Vergine ed a suo Figlio per aver “sollecitato l’animo nostro a stringerci in lieta brigata e suggerito al nostro spirito di visitare ed esplorare luoghi così illustri, offrendo ai nostri occhi desiderosi lo spettacolo di tanti svariati e memorabili monumenti e amene vestigia dell’antichità”.
|
Andrea Mantegna, Adorazione dei pastori, 1450-1451 circa,
Tempera su tela, cm 40 x 55,6,
New York, The Metropolitan Museum of Art
|