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L'Opera
di Piero della Francesca
Nel 1449, Piero della Francesca affresca due cicli d’opere per la dimora di Lionello d’Este a Ferrara e per la chiesa degli Eremitani. Di questi affreschi, ormai perduti, restano solo testimonianze che suggeriscono la loro importanza nella formazione della scuola rinascimentale ferrarese.
Nel 1451, Piero si reca a Rimini dove attende ad un ritratto di Sigismondo Malatesta all’interno del Tempio malatestiano. Nel dipinto, il Signore di Rimini è rappresentato in ginocchio davanti a San Sigismondo: dietro a lui una coppia di levrieri, motivo tipicamente tardo gotico ma ben inserito nell’economia compositiva. Pure qui la prospettiva è rigorosa, le figure sono scalate in altezza ed in profondità.
Nel 1452, Piero viene chiamato ad Arezzo per proseguire la decorazione della cappella maggiore di San Francesco, rimasta incompiuta alla morte di Bicci di Lorenzo. Il ciclo rappresenta le “Storie della Croce”, ispirate alla “Legenda Aurea” di Jacopo da Varagine. La composizione del ciclo non segue un ordine cronologico, bensì un’organizzazione simbolica e spaziale molto precisa. Piero realizza una vera orchestrazione delle parti, che mostrano corrispondenze e rimandi continui. Le storie sono distribuite sulle due pareti laterali e su quelle di fondo, ai lati della finestra: Piero dimostra maggiore interesse per la coerenza razionale del tutto più che per i singoli episodi ed è per questo che le organizza in modo rigoroso, senza pedissequa giustapposizione. Spesso il pittore affresca in uno stesso riquadro due parti successive della medesima vicenda, divise con un elemento geometrico, ma unite dalla prospettiva comune. Tra gli affreschi, spiccano l’“Incontro di Salomone e della Regina di Saba”, l’“Invenzione e verifica della vera Croce” e il “Sogno di Costantino”.
La maturità stilistica raggiunta dall’autore in questo ciclo, ritorna in alcune sue opere tarde. Il ciclo aretino deve probabilmente datarsi ai primi anni Sessanta. In quello stesso periodo, Piero intrattiene ottimi rapporti con i duchi d’Urbino, dei quali realizza due ritratti: “Ritratto di Battista Sforza” e “Ritratto di Federico da Montefeltro”. Il volto della duchessa Battista è imperturbabile e sereno, raffigurato con un incarnato pallido e levigato, cui fa contrasto un’elaborata acconciatura alla moda. Anche nel volto del duca Federico le varietà tonali del rosso della veste danno risalto all’incarnato grigio e rendono l’immagine quasi distaccata e irreale. Entrambi i ritratti sono realizzati con un intento di trasfigurazione ed idealizzazione della persona. L’autore vi aggiunge inoltre, sullo sfondo, elementi di minuta particolarità, mutuati dalla cultura pittorica fiamminga. Elementi provenienti dalla pittura fiamminga sono presenti anche nella celebre “Madonna di Senigallia”, tavola realizzata nel 1470. Di poco più tarda deve essere la realizzazione della “Pala di Brera”. La Pala, un tempo attribuita a Fra Carenevale, oggi viene ritenuta autografa. La critica è concorde nel ritenerla una sorta di summa dell’arte del della Francesca e delle sue teorie scientifiche sulla prospettiva. Al centro di una perfetta architettura, è seduta la Madonna con il Bambino sulle ginocchia, ai lati della quale si raccolgono a semicerchio i Santi e gli Angeli. Inginocchiato davanti a lei, ritratto di profilo, si trova Federico da Montefeltro. L’elemento geometrico principale è il cerchio, inscrivibile perfettamente nella maggior parte delle forme. Al centro esatto della composizione è appeso un uovo, simbolo della vita e della nascita di Cristo, forma geometrica perfetta su cui tutte le linee prospettiche convergono. L’analisi tecnica dell’opera ha impegnato a lungo critici d’arte e matematici, ponendosi come perfetta rappresentazione visiva delle teorie che il pittore esprime nella sua opera “De Prospectiva pingendi”.
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Piero della Francesca:
Ritratto di Battista Sforza
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