|
L'Opera
di Simone Martini
"Ma certo il mio Simon fu in paradiso, Onde questa gentil donna si parte; ivi la vide e la ritrasse in carte, Per far fede quaggiù del suo bel viso". Con queste parole Francesco Petrarca descrive, in un sonetto, il ritratto (oggi perduto) che il pittore fece di Laura, la donna amata. Con questi versi il poeta vuole probabilmente lodare la bravura del pittore, ma anche sottolineare la capacità unica della sua arte, in grado di cogliere la perfezione ideale della forma.
La prima opera del Martini di cui si è a conoscenza è la Maestà del Palazzo pubblico in Siena. Si tratta di un soggetto molto usato nel medioevo, che nel pittore senese nasce dalla compagine artistica locale, con forti richiami a Duccio: la forma rettangolare, la centralità della figura della Madonna, ma soprattutto l'ideologia che riconosce la comunione tra collettività civica e religiosa. Eppure le novità dell'opera sono molte: il Martini deve aver conosciuto gli stilemi artistici esterni alla città di Siena, è da essi che trae un senso nuovo della spazialità scenica, nella quale è in nuce la visione prospettica, nonostante la mancanza di volumetria delle figure. La concezione spaziale di quest'opera è presente in parte nel San Ludovico in Tolosa. Il dipinto ha un committente e un intento politici. Ludovico d'Angiò, che nel 1296 cedette il regno al fratello Roberto per prendere i voti, legittima sacralmente il passaggio di potere, tanto aspramente criticato. La figura di Ludovico si staglia come trascendente nel quadro, quasi noncurante del fratello, mentre Roberto è assiso ai suoi piedi. La sua figura è leggermente decentrata e questo contribuisce ad un movimento spaziale del tutto.
Precedente
Successiva
|
Simone
Martini: Annunciazione, Galleria degli Uffizi, Firenze
|