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Il
cinema politico
1. Nascita di un genere
"La
scelta di un 'cinema all'americana' con tutti i suoi
espedienti e le sue costrizioni a enucleare gli aspetti
spettacolari dei contenuti sociali e a operare in base alla
mozione degli affetti - il peccato capitale del cinema italiano
detto politico - impedisce spesso un discorso serio, seppur
semplificato, che chiami in causa e non consoli, che non sia
soltanto requisitoria, fatta di luoghi comuni, contro 'episodi'
di degenerazione delle istituzioni, ma porti, di là dalle
indignazioni facili, la conoscenza sui concreti meccanismi di una
società": è ben riassunta, in questo passo desunto dalla "Storia
del cinema" (Garzanti) di Fofi-Morandini-Volpi, l'obiezione di
fondo rivolta da certa critica a quei cineasti che - nell'arco
di un decennio, tra i '60 ed i '70 - diedero vita con le loro
opere ad una sorta di filone sociale e politico. Sulla scorta dei
lavori seminali di un Rosi (al quale, come a
Petri, dedichiamo uno
spazio più approfondito nelle biografie), ma tenendo ben presente
pure la lezione - e gli esiti di cassetta - di una pellicola come
"Z - L'orgia del potere" (1969), un gruppo di registi
italiani - certo incalzati dai coevi avvenimenti del '68 e
dintorni - abbandonano tematiche e generi prediletti, per passare
ad un cinema che si occupa del presente o rilegge in chiave
critica episodi del passato. Francesco
Maselli, autore già di
qualche pretesa - si pensi al bell'adattamento, nel '63, de
"Gli indifferenti" di Moravia - persosi in banali commedie,
torna alla sua forma migliore con "Lettera aperta a un giornale
della sera" (1970) ed "Il sospetto" (1975): nel primo si
ipotizza la costituzione di una brigata internazionale d'intervento
in Vietnam, costituita da intellettuali romani di sinistra; nel
secondo, si getta lo scandaglio in un periodo importante della
storia del PCI, verso la metà degli anni Trenta. Lo stile è
elegante e perspicuo, assai attento allo scavo psicologico dei
personaggi e accurato nella descrizione ambientale. Più
preoccupato di inserire il proprio discorso in una solida cornice
spettacolare è Gillo Pontecorvo: se "La battaglia di Algeri"
(1966) adotta ancora moduli semidocumentaristici per raccontare la
guerra di popolo degli algerini (dando tuttavia spazio pure alle
ragioni dei francesi, il che provocò l'ostilità di una parte
della sinistra oltre che della destra), "Queimada" (1969) è
una lezione sull'essenza del colonialismo inserita nell'ambito
di un kolossal d'avventura. Entrambi i titoli, tuttavia, avranno
grande influenza sul cinema a venire, che spesso tenterà di
mutuarne l'azzeccata formula.
2. Gli altri autori |



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