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Il western all'italiana

Sommario

1. C'era una volta il cinema di Sergio Leone

2. Gli altri autori

1. C'era una volta il cinema di Sergio Leone

"Ford era un ottimista. Io sono un pessimista. I personaggi di Ford, quando aprono una finestra scrutano sempre, alla fine, questo orizzonte pieno di speranza; mentre i miei, quando aprono la finestra, hanno sempre paura di ricevere una palla in mezzo agli occhi": sono parole di Sergio Leone, colui che - coperto dallo pseudonimo anglicizzante di Bob Robertson - nel 1964 inventa, con "Per un pugno di dollari", il cosiddetto "spaghetti-western".
Preceduto dai tedeschi, che girarono in Jugoslavia delle fortunate versioni dei romanzi di Karl May ("Il tesoro del lago d'argento" (1963) , "La valle dei lunghi coltelli" (1963), il "cappellone" nostrano mostra, tuttavia, da subito di possedere delle speciali caratteristiche, che ne fanno un fenomeno nuovo e di difficile classificazione.
Già recensendo la pellicola capostipite, Tullio Kezich trova in essa "qualcosa di eccessivo, che denuncia la mancata appartenenza a un filone originario... stragi salgariane, torture sadiche, sangue che imbratta tutto"; e segnala come non vi si riscontri più alcun "legame... con i miti della giustizia, della fantasia e della libertà, così vivi nel western classico".
In quest'ultimo, in effetti, un paese ancora giovane aveva trovato il terreno privilegiato per un'elegia della Frontiera, per autocelebrare la propria fondazione sotto l'encomiastico segno dell'eroismo (delle stragi perpetrate contro gli indiani si parlerà solo più tardi, con l'avvento della "nuova Hollywood").
Sradicato dalla terra d'origine, il western necessariamente si trova ad esprimere coordinate culturali differenti e, in parte, anche a rispondere alle esigenze di una maggiore veridicità, avanzata da platee vieppiù smaliziate. All'eroe anomalo lanciato da Leone - che ritroveremo con poche variazioni nel successivo "Per qualche dollaro in più" (1965) e nel picaresco "Il buono, il brutto e il cattivo" (1966) - mancano i tratti cavallereschi della tradizione: non combatte spinto da elevati motivi, ogni donna gli è indifferente ed i suoi ideali sono, prosaicamente, riassunti nel dollaro che campeggia sin dai titoli. Abitati più da maschere che da personaggi, su sfondi criptoonirici che nulla conservano dell'ariosità di un tempo, i western indigeni sono percorsi interamente da un penetrante istinto di morte: le colt sgranano senza sosta il proprio rosario funebre, i cadaveri vengono addirittura impilati, il panorama si trasmuta in "un cimitero la cui superficie sembra quasi incommensurabile dall'occhio umano e i cui confini si spingono quasi oltre la linea dell'orizzonte, dove lo spazio è misurato e scandito da un numero indefinito di croci" (G. P. Brunetta).
Con l'ausilio di un montaggio nervoso - che alterna ellissi a rapide accelerazioni, ieraticità del gesto ed evidenziazione dei dettagli - e delle innovative colonne sonore di Ennio Morricone (ove, immaginificamente, s'ibrida musica sacra e sonorità jazzistiche), il regista romano crea un linguaggio del tutto inedito ed uno stile che si farà via via più raffinato, di pari passo con l'irrobustirsi della sua vena narrativa: alla trilogia del dollaro segue infatti l'epocale "C'era una volta il West" (1968), dove egli racconta la propria versione della nascita di una nazione, e "Giù la testa" (1971), in cui paga l'inevitabile tributo alle coeve mitologie rivoluzionarie (il film si apre con una citazione da Mao).

 

2. Gli altri autori

Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone
Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone
Per un pugno di dollari di Sergio Leone
Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone
C'era una volta il West  di Sergio LeoneGiù la testaIl buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone