Il
nome di Piero Pizzi Cannella (Roma 1955) inizia a salire
alla ribalta negli anni Ottanta, quando le cronache d’arte
segnalano un gruppo di giovani che si sono insediati nell’abbandonato
Pastificio Cerere. Sono Nunzio, Ceccobelli, Dessì, Gallo,
Tirelli, e, appunto, Pizzi Cannella. In un contesto
dominato dalla Transavanguardia teorizzata da Bonito
Oliva, il gruppo romano porta il suo contributo originale
alla ripresa di interesse per la pittura (e la scultura)
con opere impegnate ad un recupero di sensibilità per la
materia, di ascendenza astratta- informale. Pizzi
Cannella, che agli esordi (dopo gli studi di Accademia)
aveva praticato l’area del concettuale, inventa una
pittura che muove da spessori di pigmento, da una
dilatazione intensa della materia, per farne emergere
allusioni visionarie che privilegiano il tema del corpo
umano. Essa si propone con forza nella personale presso la
galleria L’Attico di Fabio Sargentini, nel 1984, che lo
"esporta" anche a New York nella galleria di
Annina Nosei (1985). Di qui una lunga sequenza di
partecipazioni a mostre di prestigio. I suoi studi di
filosofia concorrono a conferire un’aura di vago
simbolismo ai quadri (spesso di grandi dimensioni) in cui
l’immagine appare e si disfà in vibrazioni gialle,
rosse, ocra contro profondi neri.