Il
marchigiano Eliseo Mattiacci (Cagli 1940), dal 1964 a
Roma, è stato fra gli esponenti dell’Arte povera, il
movimento italiano battezzato così da Germano Celant
alla fine degli anni Sessanta che propose l’insorgere di oggetti
ed elementi primari come fonti e fasci di energie. E’
del 1967 il clamoroso esordio di Mattiacci nella
galleria "La tartaruga": un tubo di ferro
snodabile, lungo 150 metri, dipinto di giallo, trascinato
per le vie di Roma. Il tubo e poi pietre, calamite,
materiali pesanti, sono protagonisti di interventi di
grande forza, anche come elementi di performances. Nel '71
presso la galleria l’Attico, l’artista espone se stesso con braccia e mani
ingessate. Nel 1976 nella
galleria La Salita gli spettatori sono coinvolti nell’azione "Essere-
respirare". Lungo tutti gli
anni Settanta l'artista realizza una estensione di esperienze sul
versante esistenziale ed antropologico. Negli anni Ottanta il "fare
grande" di Mattiacci si volge ad opere di ispirazione
spaziale, astronomica, cosmica, con strutture - sculture di
forme concise, metalliche. La sala alla Biennale di
Venezia 1988 consacra la
prorompente personalità dell'artista marchigiano a livello internazionale. Dagli anni Novanta, le
installazioni e le azioni di Mattiacci occupano spesso spazi aperti
(cave, cantieri, letti di fiume, parchi), quasi una land
art italiana.