Annibale Carracci

Una parete grigia. Il bordo ancorato al telaio di un dipinto ancora in lavorazione. Un pittore che vi attende con scrupolosa cura. Intorno, tre uomini i cui sguardi rimbalzano nella stanza, mentre quello del pittore si protende oltre il quadro, quasi travalicandone i limiti, nella direzione dell'osservatore. In realtà, lo guarda senza vederlo, poiché - è il pennello racchiuso nella mano sinistra a rivelarlo - ciò che sta facendo è controllare la propria immagine allo specchio.
L'opera è un autoritratto, e il suo autore - l'uomo allo specchio - Annibale Carracci, talentuoso artista celebrato dai suoi contemporanei come il nuovo Raffaello e assai stimato anche da Caravaggio. Fondatore, assieme al fratello Agostino e al cugino Ludovico, della tardocinquecentesca "Accademia degli Incamminati", egli sembra suggerire un'idea dell'arte come "specchio del vero", in grado di fermare la realtà, di eternarla come nessuno "specchio vero" può fare.
La riflessione sull'importanza e le finalità dell'arte, in perfetta consonanza con l'indirizzo del Rinascimento che vuole rendersi ragione delle cause fondamentali dell'attività umana, sta davvero a cuore ad Annibale, che una volta, mentre suo fratello Agostino era impegnato in una dotta dissertazione sul "Laocoonte", si volse a disegnare su un muro il famoso complesso scultoreo e, interrogato sulle motivazioni, rispose: "Noi altri Dipintori habbiamo da parlare con le mani". Intendendo, con il termine "dipintori", non gli interpreti di vacui intellettualismi tardo-manieristi, bensì coloro che sanno "dipingere bene et imitar bene le cose naturali". E nacquero "La Macelleria" e "Il Mangiafagioli", dipinti dalla prorompente carica realistica che rivelano indomita volontà di superare gli angusti confini dell'usuale, notevole libertà espressiva, smodato amore per la realtà.
Dopo la tappa bolognese, la mostra al Chiostro del Bramante, la prima a lui dedicata, non ambisce a riunire l'intera produzione di Annibale - impresa peraltro ardua poiché la sua fama è legata in gran parte a cicli ad affresco, per loro natura inamovibili - ma tenta di restituire il senso della sua ricerca, evidenziando la modernità di un percorso per molti versi anticipatore del grande realismo francese di Gericault e Manet.
Promossa dal Comune di Bologna, dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e dal Comune di Roma, l'esposizione dà conto della straordinaria varietà dell'opera di un artista su cui a lungo è pesata la spregiativa etichetta di "eclettico", offrendo all'ammirazione del pubblico i suoi raffinati disegni, le sue incisioni, nonché una vasta gamma dei suoi dipinti, dai soggetti "di genere" alle pale d'altare, dai ritratti ai paesaggi. A evidenziare una feconda convivenza di sacro e profano - peraltro riscontrabile in numerosi artisti controriformistici, da Tasso a Caravaggio - a lungo incompresa da una storiografia non sempre illuminata.

 

 


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