Nato a Ferrara. Dopo aver collaborato alla sceneggiatura di
Un pilota ritorna (1942) di
Rossellini e lavorato come aiuto-regista per Marcel Carné, dirige con
Gente del Po (1943-1947) il suo primo documentario. Esordisce nel lungometraggio con
Cronaca di un amore (1950), acuta analisi d'una crisi di coppia: seguono, tra gli altri,
La signora senza camelie (1952), impietosa disamina del mondo del cinema, e
Le amiche (1955), angosciata lettura del bel racconto di Pavese
Tra donne sole. Già in codesti lavori si delineano nettamente quelle che saranno le coordinate dell'opera del cineasta romagnolo: la difficoltà a stabilire rapporti interpersonali veri, l'inafferrabilità del reale, lo spaesamento dell'individuo alle prese con una società neocapitalista fredda e disumanata.
La rottura con il cronachismo neorealistico è evidente e si fa netta ne
Il grido (1954), che sposta dall'ambiente borghese a quello proletario le tematiche del malessere esistenziale, eleggendo a protagonista un operaio che spegne nel suicidio la pena figliata dal concludersi d'una lunga relazione d'amore.
Da qui in avanti, il percorso di Antonioni procede spedito sulla via d'un deciso rinnovamento, linguistico quanto di contenuti, del cinema indigeno:
L'avventura (1960),
La notte (1961),
L'eclisse (1962),
Deserto rosso (1964), sovente nelle forme di gialli atipici, pongono personaggi femminili al centro di storie segnate dalla perdita, dallo smacco, dallo sgomento; in definitiva, da tutto ciò che infine prenderà il nome di incomunicabilità.
Non sempre capace di controllare per forza d'istinto o vastità di cultura una così azzardosa materia, egli alterna esiti mirabili (s'è detto de
Il grido, forse la cosa sua più intensa e riuscita; è lecito aggiungervi almeno
L'avventura, abbagliante di immagini e pause, luci e rumori) a pagine periclitanti, ove viene ripetutamente sfiorata la maniera ed i dialoghi annegano a tratti nel ridicolo (celeberrimo il "mi fanno male i capelli", pronunciato da Monica Vitti in
Deserto rosso). Il prosieguo del suo iter artistico non dissipa i dubbi, tutt'altro: la trasferta britannica di
Blow-up (1967), tra facili simbolismi e cascami della Swinging London, fa il paio per pacchiana belluria con quella statunitense di
Zabriskie Point (1970), elogio della controcultura lisergica vista nei modi d'un apocalisse da trovarobe.
Solo in
Professione: reporter (1972), segnatamente nei sette minuti dello strepitoso piano sequenza conclusivo, ritroviamo i segni dell'antica maestria: tutto il resto, dall'innecessario esperimento sul colore de
Il mistero di Oberwald (1980) ai solipsistici contorcimenti di
Identificazione di una donna (1982) è postilla pleonastica, mesto ritorno sul luogo del delitto dismentando lo scioglimento dell'enigma.
Rivisto oggi, il cinema del Nostro appare irrimediabilmente datato: privo di continuatori che abbiano saputo sviluppare i lati meno caduchi della sua lezione (l'uso innovativo del linguaggio cinematografico, la lucidità disperatamente laica del suo occhio), esso rimane mera ed un pò sterile testimonianza d'una personalità pur inconfondibile, nel bene come nel male.
Agli inizi degli anni '80, in seguito a un ictus che lo priva della parola, è costretto a stare lontano dal set per alcuni anni. La sua attività riprende nel 1994 grazie alla collaborazione con Wim Wenders, con il quale realizza
Al di là delle nuvole, vincitore del premio FIPRESCI a Venezia. Premiato con l'Oscar alla Carriera, il maestro del cinema italiano partecipa fuori concorso alla
61ª Mostra del cinema di Venezia con
Eros, lungometraggio in tre episodi firmati da Wong Kar Wai, Steven Soderbergh e Michelangelo Antonioni.
Nel 2004 gira il documentario
Lo sguardo di Michelangelo sul Mose' di Michelangelo in San Pietro in Vincoli.
Il regista si è spento a Roma il trenta luglio del 2007.