Il 9 maggio del 1978, il medesimo giorno in cui a Roma venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse, furono recuperati i miseri resti di Peppino Impastato, trentenne militante di "Lotta Continua" in prima linea nella battaglia contro la mafia, fatto saltare in aria su dei binari ferroviari con una carica di tritolo legata alla cintura.
La notizia passò ovviamente in second'ordine, dapprima liquidata come un suicidio e relegata in brevi trafiletti: solo ora, ad oltre vent'anni dall'accaduto, dei pentiti accusano il boss Tano Badalamenti d'essere il mandante d'un assassinio per il quale s'annuncia, nella prossima primavera, un processo.
Già indagatore - con "Pasolini, un delitto italiano" (1995) - dei misteri dell'Italia contemporanea, Marco Tullio Giordana ricostruisce ne "I cento passi" il martirio di Impastato con scrupolo cronachistico, all'insegna d'uno sdegno contenuto sotto cui s'avverte tuttavia fremere una grande passione civile: l'ambiente chiuso di Cinisi (il paesino vicino a Punta Raisi teatro della vicenda), la diffidenza degli abitanti, la lotta del giovane per spezzare il predominio d'una logica chiusa fino al tanfo vengono descritti con sensibilità e misura, evitando sottolineature folkloristiche e digressioni didattiche.
Apparentabile al cinema "politico" degli anni 60 e 70 (Damiani, Montaldo e soprattutto Rosi, espressamente citato tramite una sequenza del classico "Le mani sulla città"), del quale recupera il gusto per una narrazione robustamente "di genere", il film si chiude sui funerali del protagonista, seguiti da 1500 amici e compagni di lotta, sulle note struggenti di "A whiter shade of pale" dei Procol Harum. Un atto di fede nella continuità dell'illusione, ed un commosso invito a non mollare.