Cominciamo dalla citazione tratta dal Simposio di Platone che hai posto al termine del libro: "Eros deve essere delicatissimo (...) e inoltre è fluttuante nella forma".
La citazione di Platone è un omaggio al tema dell'amore e suggerisce una possibile chiave di lettura del libro: l'amore è fluttuante nella forma, è mutevolezza.
"Favola dei due che divennero uno" è una storia d'amore. O meglio, la storia di molti diversi amori: quello con la "A" maiuscola che lega un uomo a una donna, il sentimento dell'attrazione fisica, Eros, ma anche l'amore inteso come amicizia, e, ancora, come trasformazione e crescita dell'essere.
Un tema comune a tutti i tuoi libri è il viaggio, l'incompiutezza che ci spinge a mettere in discussione le nostre radici.
E' vero, anche stavolta i protagonisti della storia compiono un viaggio, per le vie della città e in se stessi. Ma soprattutto la scelta del genere di questo libro ha costituito per me l'occasione di compiere un viaggio in un genere diverso, quello del racconto fantastico. L'avere scritto in precedenza dei thriller o noir mi ha permesso di scrivere oggi una favola.
Il primo abbozzo di questo lavoro risale a qualche anno fa, ma sentivo che non era il momento più adatto per svilupparlo, né per me né per gli editori, anche perché nella letteratura italiana del '900 la parola d'ordine è sempre stata quella del Realismo.
Cinema e letteratura sono due forme d'espressione che nella tua narrativa sembrano complementari. A quale delle due dai più importanza?
Ad entrambe! Da sempre di solito il cinema saccheggia la letteratura, ma da qualche tempo avviene anche il contrario. Il cinema è un punto di riferimento molto importante per me, da sempre sono affascinato dalla capacità del cinema di rendere il fantastico e l'horror. Sono tante le influenze cinematografiche presenti nella mia storia: dai film di Michael Powell e Emeric Pressburger a quelli di Tim Burton, ai grandi horror come "La notte dei morti viventi", "Frankestein", e, per ricordare un film dello scorso anno, "Il labirinto del fauno".
I protagonisti di questo romanzo sono "letteralmente" degli Incompiuti. Quale è il senso di questa incompletezza: una malattia o una risorsa?
Penso non esista una risposta giusta a questa domanda, ma sono comunque felice che il mio romanzo possa suscitare riflessioni di questo tipo.
L'incompiutezza è una malattia o un dono? O è tutte e due le cose?
L'individualità è un valore molto forte oggi. Viviamo in un sistema nel quale l'Io è tutto. I protagonisti della storia sono personaggi comuni, riconoscibili anche nella società odierna. Non è infatti così strano che una persona si senta "incompiuta". D'altra parte l'individuo non è un essere chiuso in se stesso ma è anche il mondo esterno, le persone che ha incontrato, i libri che ha letto e i film che ha guardato, etc... L'incompiutezza non andrebbe vissuta come una mancanza di realizzazione ma come una possibilità di apertura, nella consapevolezza del fatto che non esiste un solo compimento.
Tornando ai protagonisti della favola, il Cameriere e il Direttore sono due infelici, o almeno sono convinti di esserlo, perché vivono in un mondo in cui tutti si dicono compiuti; tuttavia troveranno nell'incompiutezza la loro forza. Accettare l'incompiutezza come una possibilità positiva vuol dire esporsi al cambiamento, dare la possibilità al proprio Io di essere multiforme.
Quale letture suggerisci ad un giovane? Ci sono quattro titoli imprescindibili?
"Delitto e castigo" di Fedor Dostoevskij, "L'isola di Arturo" di Elsa Morante (secondo me, il più bel romanzo italiano del 900), "Il master di Ballantrae" di Robert Louis Stevenson e, un classico antico, un poema omerico, ad esempio l' "Odissea".
Una curiosità: dove scrivi?
Dappertutto. In viaggio, a casa, in auto... Ma solo su dispositivi portatili, pc o palmare è uguale, mai su un apparecchio fisso... Forse è per l'idea del viaggio...
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