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Margherita Hack: L'amica delle stelle

Margherita Hack ha dato alle stampe la sua autobiografia, intitolata "L'amica delle stelle" (Rizzoli 1998).
Margherita Hack è una delle menti più brillanti della comunità scientifica italiana ed ha vissuto lavorando in grande stile alla scienza astrofisica. La sua autobiografia è percio' anche parte della autobiografia della scienza italiana del Novecento.
Ecco di seguito alcuni brani del libro, tre fotografie (comprese nel libro stesso) e tre frammenti significativi di programmi televisivi Rai ai quali la scienziata italiana ha partecipato nel corso del tempo.

Capitolo 1. Dall'infanzia all'università.
Continuamente mi sento chiedere: "Come le è venuta la passione dell'astronomia" L'ha avuta fin da piccola"" A sentir parlare di passione arriccio subito il naso. Infatti le passioni di solito durano poco e, del resto, se sono diventata astrofisica è stato un po' per caso. In questo mi trovo in buona compagnia, perchè uno dei più famosi astrofisici di questo secolo, Harlow Shapley, racconta che, dovendo iscriversi all'università e non avendo idee chiare in proposito, prese l'elenco dei corsi offerti e poichè astronomia era il primo in ordine alfabetico, scelse quello.
Ho avuto una vita molto fortunata, sia grazie ai miei genitori, che mi hanno sempre dato fiducia, insegnandomi l'amore per la libertà e la giustizia e il rispetto per ogni essere vivente, sia grazie al mio compagno [Aldo], che mi ha sempre incoraggiato e aiutato nel mio lavoro e mi è stato vicino in ogni difficoltà. Inoltre, ho sempre goduto di buona salute, il che mi ha permesso di essere forte e ottimista e di affrontare la vita e la carriera scientifica un po' come lo sport, con spirito agonistico.
La mia generazione ha attraversato praticamente tutto questo secolo, drammatico per guerre e rivoluzioni, ma anche entusiasmante per gli enormi progressi della scienza e della tecnologia. Sono avvenute più scoperte in questi cent'anni che nei venti secoli precedenti.

Capitolo 2. L'università e le prime osservazioni astronomiche.
Dalla prima elementare alla terza liceo erano solo passati tredici anni. Quando ci penso mi meraviglio: è stato un periodo lunghissimo della mia vita. Ogni anno di scuola un'eternità, ogni estate un lungo intervallo. Eppure, quando penso che sono a Trieste da trentatrè anni, mi sembra ieri. Questi anni della ricostruzione e del lancio in campo internazionale dell'osservatorio triestino sono passati in un lampo. è il mistero dello scorrere soggettivo del tempo, legato alla nostra condizione di bambini e di adulti. Oppure, più semplicemente, anche la percezione del tempo obbedisce alla stessa legge a cui obbediscono i nostri sensi, sensibilissimi alle variazioni relative, ma pessimi strumenti di misura di valori assoluti.
Così, per esempio, sappiamo giudicare con grande precisione una lieve variazione di temperatura, ma stimiamo con molta maggiore incertezza il suo valore, oppure valutiamo molto bene la differenza di splendore di due sorgenti luminose, ma molto rozzamente il valore assoluto. Era un fatto ben noto agli astronomi che nel secolo scorso studiavano le stelle variabili, osservandole a occhio.Si usava confrontare la stella variabile con una "stella artificiale", cioè con l'immagine puntiforme di una lampadina che un sistema ottico portava vicino all'immagine della stella, e se ne variava lo splendore grazie ad un filtro progressivamente annerito, spostandolo fino a che si stimava che le due sorgenti fossero ugualmente luminose.
Analogamente, la nostra sensazione della durata di un periodo di tempo dipende dalla nostra età. Per un bambino di dieci anni, un anno rappresenta un decimo della sua vita, mentre per un adulto di sessant'anni è appena un sessantesimo.

Capitolo 7. 1958 - 1961.
Mentre seguitavo a raccogliere bibliografia e a scrivere gli ultimi capitoli di Stellar Spectroscopy, la sera a casa lavoravo a un altro libro, La radioastronomia alla scoperta dell'Universo. Era un libro divulgativo, ma di livello abbastanza alto, diciamo paragonabile a quello degli articoli di "Scientific American".
Era un lavoro divertente, perchè la radioastronomia era allora nella sua infanzia e io, che ne sapevo ancora poco, ero costretta a studiare le tecniche strumentali, completamente diverse da quelle ottiche, e a leggermi nelle riviste i risultati delle osservazioni, che mostravano un aspetto completamente nuovo del cielo. Aldo mi aiuto' enormemente sia nel cercate testi e pubblicazioni relative, sia nell'abbellire il mio italiano e nel trovare esempi immaginosi ma rigorosi dei fenomeni fisici che hanno luogo nel Sole e nelle galassie.
Anche dal punto di vista umano la nascita della radioastronomia e i suoi primi sviluppi sono molto interessanti. Fu un ingegnere e non un astronomo a scoprire per primo, nel dicembre del 1932, che i corpi celesti emettono radioonde. Si chiamava Karl Jansky e lavorava per la Bell Telephone Company. Il suo compito era di scoprire quali fossero le cause dei rumori che disturbavano le trasmissioni intercontinentali. Per questo aveva costruito un traliccio metallico montato su ruote, che poteva esplorare tutto l'orizzonte e trasmettere al ricevitore i rumori, la loro intensità e la direzione di provenienza. Con quel primo, rudimentale radiotelescopio, soprannominato 'la Giostra', Jansky scoprì l'esistenza di una sorgente di rumore che sorgeva ad est e tramontava ad ovest, e che sembrava coincidere con la posizione del Sole.

Margherita Hack

Margherita Hack: L'amica delle stelle


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Intervista a Margherita Hack
I pianeti extrasolari


Margherita Hack

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