A poche settimane da una scomparsa che ci ha lasciato tutti egualmente attoniti, l'uscita di "Io non mi sento italiano" (Cgd) giunge ad ulteriore conferma dell'unicità di Giorgio Gaber nel panorama musicale indigeno, vieppiù rendendo immedicabile il cordoglio per la sua perdita. Due anni dopo "La mia generazione ha perso", che aveva segnato - con un grande e, tutto sommato, imprevedibile successo popolare - il ritorno del signor G. alla tradizione del disco, quest'ultimo cd sciorina ora dieci brani (sei dei quali inediti) che dicono della forma smagliante d'un artista coerente con se stesso sino alla fine.
Si parte con la durissima "Tutto è falso", dove - sulle note d'una partitura che ricorda dappresso il miglior Paolo Conte - l'aggressione nei confronti della falsità e della menzogna è frontale, spietata ("Cerco/ di afferrare un po' il presente/ ma se tolgo ciò che è falso/ non resta più niente"). Poi, la ninnananna dolcissima di "Non insegnate ai bambini" - che è servita di struggente accompagnamento al suo funerale - colpisce gli adulti con parole di sasso ("Non insegnate ai bambini la vostra morale/ è così stanca e malata/ potrebbe far male") e prelude alla canzone che dà il titolo all'album, un bolero irridente ove si espongono al nostro capo dello stato le ragioni di codesta assai riluttante appartenenza. "L'illogica allegria", tratta da "Pressione bassa" (1980), è una delle cose più tenere e serene firmate dal Nostro, come la straziante "Il dilemma" (da "Anni affollati", 1981), forse il più bel brano mai composto sulla fedeltà di coppia; completano il quadro dei ripescaggi "C'è un'aria" (da "Io come persona", 1994), feroce rassegna delle banalità e degli orrori televisivi, e "Se ci fosse un uomo", commossa incursione nel regno di Utopia per qualche tempo eseguita nel corso di "Un'idiozia conquistata a fatica" (1998). Resta da dire de "I mostri che abbiamo dentro", ove si esamina il lato oscuro degli individui; de "La parola io", in cui si attacca senza remore l'imperante narcisismo; infine de "Il corrotto", che ironizza - sulle note d'uno smozzicato blues - sull'ipocrisia nei fatti di sesso. Un commiato, per dirla in breve, che ricorderemo a lungo.