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Biografia di Lucia
Bosé
Il 1955 è un anno fondamentale per lattrice; la Bosé, infatti, è protagonista di
tre importanti titoli, degno coronamento di una carriera breve ma intensa e già ricca di
soddisfazioni professionali. Ne "Gli sbandati" di Francesco Maselli, tratteggia
con estrema sensibilità una figura femminile, la graziosa sfollata Lucia, di cui si
innamora il giovane conte Andrea (Jean-Pierre Mocky). Ne "La muerte de un
ciclista" (Gli egoisti), fornisce una convincente prova in quello che rimane una
delle opere più interessanti realizzate sotto la dittatura franchista da Juan Antonio
Bardem; mentre in "Cela sappelle laurore" (Gli amanti senza domani),
che segna il temporaneo ritorno in Francia del regista Luis Buñuel trasferitosi in
Messico, dà vita al personaggio di Clara, la giovane vedova italiana residente in
Corsica, protagonista di una purissima storia damore con il medico Valerio (George
Marchal), in una vicenda a lieto fine che costituisce un caso isolato nella filmografia
del geniale cineasta aragonese. Nel 1956 la Bosé si sposa con il celebre torero spagnolo
Luis Domingín, ritirandosi temporaneamente dalla carriera fino alla separazione dal
marito, dalla cui unione nascerà anche Miguel, futuro attore e divo internazionale della
canzone.
Negli anni che vanno dal 1968 al 1976, la Bosé riprende a lavorare, aprezzata e richiesta
in Italia e allestero da maestri affermati come Fellini, i
Taviani, Bolognini,
così come da registi più giovani quali Liliana
Cavani, Nelo Risi e Giulio Questi,
ma anche intensa protagonista di originali vicende "al femminile", dirette dalla
scrittice e regista Marguerite Duras e dalla collega Jeanne Moreau.
Il suo ritorno al cinema è tenuto a battesimo dal catalano Pedro Portabella, esponente di
spicco della scuola di Barcellona, con "Nocturno 29" (1968), interpretato
insieme a Gabriele Ferzetti; sempre in Spagna, la Bosé prende parte ad alcuni altri film,
tra i quali "Jurtzenka, un invierno en Mallorca", (1970) di Jaime Camino e
"Cerimonia sangrienta" (Le vergini cavalcano la morte, 1972), un horror-erotico
diretto da Jorge Grau.
In "Fellini-Satyricon" (1969) di Federico Fellini, la Bosé compare in una sola,
memorabile sequenza, mentre in "Sotto il segno dello Scorpione", il lucidissimo
apologo aperto a molteplici chiavi di lettura che i fratelli Paolo e Vittorio Taviani
dirigono nello stesso anno, la Bosé è protagonista a fianco di Gian Maria Volonté e a
Giulio Brogi. Più articolata la collaborazione dellattrice milanese con Mauro
Bolognini, che conosce un primo significativo momento in occasione di "Metello"
(1970), con Ottavia Piccolo e Massimo Ranieri; un seguito con "Per le antiche
scale" (1975), con Marcello Mastroianni e Françoise Fabian e con lo sceneggiato per
la televisione "La Certosa di Parma" (1982), nel ruolo della marchesa Del Dongo.
Tre titoli contrassegnati dal raffinato gusto compositivo del regista pistoiese e
caratterizzati dalla comune matrice letteraria, essendo le fonti costituite,
rispettivamente, dai romanzi di Vasco Pratolini, Mario Tobino e Stendhal. Nello stesso
periodo, sempre in Italia, la Bosé prende parte a titoli interessanti che costituiscono
per lei uno stimolo per fornire brillanti prove: come avviene, nel 1971 con
"Lospite" di Liliana
Cavani, accanto a Glauco Mauri nel ruolo di una
malata di mente; nel 1972 col bizzarro "Arcana" di Giulio Questi, nella parte di
una vedova che esercita la professione di magia e nel 1972 con "La colonna
infame" di Nelo Risi, tratto dallopera di Alessandro Manzoni. Lattrice
fornisce convincenti prove della sua maturità artistica e della sua capacità di
introspezione psicologica in "Nathalie Granger" (1972) con la regia di
Marguerite Duras, in cui la Bosé è Isabella, la madre della bambina che dà il titolo al
film.
Il 1976 è lanno che segna, dopo la prova offerta in "Violanta" di Donald
Schmid, una seconda cesura nella carriera della Bosé la quale si riavvicina al cinema
solo alla fine del decennio, tratteggiando due figure materne, dapprima in "Cronaca
di una morte annunciata" (1987) di Francesco Rosi (tratto dal romanzo di Gabriel
García Márquez), poi in "Volevo i pantaloni" (1990) di Maurizio Ponzi,
trasposizione del best-seller omonimo di Lara Cardella; infine, e sempre nel 1990,
prendendo parte a "Lavaro", versione cinematografica del capolavoro di
Molière diretto da Tonino Cervi con Alberto Sordi e Laura Antonelli. Nel 1994 la Bosé
torna a lavorare per la televisione con la mini-serie "Alta società".
Nel 1999 prende parte al film del regista turco Ferzan Ozpetek Harem soiree; il film viene presentato nello stesso anno al Festival di Cannes.
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