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Vittorio Gassman, elogio del
mattatore
Una delle figure maggiori
che lo spettacolo europeo del dopoguerra abbia prodotto: un talento poliedrico e
proteiforme, non nel senso (o non solo nel senso) dun fregolismo di maniera,
dun camaleontismo daccatto che lo avrebbe reso non dissimile da altri colleghi
suoi abili sì, ma certo assai meno di lui dotati.
Stiamo qui, per contro, parlando della sua superiore capacità dimpersonare i tipi
più diversi e contrastanti: si pensi allepoca in cui la cinematografia indigena lo
aveva confinato in caratterizzazioni di "vilain" o quanto meno dindividuo
affetto da insanabile mutria, ed egli seppe reinventarsi nella generale incredulità
commediante di gran classe nei panni di Peppe er Pantera per il monicelliano "I
soliti ignoti" (1958), impresa bissata lanno seguente col mirabile soldato
semplice Giovanni Busacca de "La grande guerra", sempre per la regia di
Monicelli.
La grandezza di Gassman è tutta qui: nel suo passare con ammirevole noncuranza dai ruoli
del teatro classico (resta memorabile, nella stagione 56-57, un
"Otello" in cui le parti del Moro di Venezia e di Jago venivano recitate a sere
alterne scambiandole con leclettico Salvo Randone) a quelli della contemporaneità
più smaccata, valga per tutti lesempio sublime del Bruno Cortona de "Il
sorpasso" (1962) o il tour de force di millanta personaggini nellinsuperato
"I mostri" (1963), ancora sotto il vigile occhio risiano.
Gli ultimi anni lhan visto, purtroppo, diradare le proprie apparizioni, complice una
tendenza alla depressione che gli ha procurato non poche crisi, non passeggero dolore: ed
il suo addio al teatro, al termine duna serata memorabile e riassuntiva davvero
dellarte sua, è stato uno dei grandi eventi di palcoscenico dellultimo
decennio.
Ma immaginiamo che, segli avesse dovuto scegliere pure per il cinema le immagini
dun congedo, avrebbe appuntato le proprie preferenze sul tenero, commosso finale de
"Lo zio indegno" (1989) di Franco Brusati: dove, poeta anarcoide ed immoralista
invecchiato senzombra di pentimento, egli si spegne - sazio delle gioie, dei sapori
stordenti o amari dellesistenza - di fronte alla grandezza incontenibile del mare,
nella quiete dun arenile fuori stagione. Sereno, eppure non riconciliato.
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