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Vittorio Gassman

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Biografia di Gassman

a cura di Francesco Troiano

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Vittorio Gassman, elogio del mattatore

Una delle figure maggiori che lo spettacolo europeo del dopoguerra abbia prodotto: un talento poliedrico e proteiforme, non nel senso (o non solo nel senso) d’un fregolismo di maniera, d’un camaleontismo d’accatto che lo avrebbe reso non dissimile da altri colleghi suoi abili sì, ma certo assai meno di lui dotati.
Stiamo qui, per contro, parlando della sua superiore capacità d’impersonare i tipi più diversi e contrastanti: si pensi all’epoca in cui la cinematografia indigena lo aveva confinato in caratterizzazioni di "vilain" o quanto meno d’individuo affetto da insanabile mutria, ed egli seppe reinventarsi nella generale incredulità commediante di gran classe nei panni di Peppe er Pantera per il monicelliano "I soliti ignoti" (1958), impresa bissata l’anno seguente col mirabile soldato semplice Giovanni Busacca de "La grande guerra", sempre per la regia di Monicelli.
La grandezza di Gassman è tutta qui: nel suo passare con ammirevole noncuranza dai ruoli del teatro classico (resta memorabile, nella stagione ‘56-’57, un "Otello" in cui le parti del Moro di Venezia e di Jago venivano recitate a sere alterne scambiandole con l’eclettico Salvo Randone) a quelli della contemporaneità più smaccata, valga per tutti l’esempio sublime del Bruno Cortona de "Il sorpasso" (1962) o il tour de force di millanta personaggini nell’insuperato "I mostri" (1963), ancora sotto il vigile occhio risiano.
Gli ultimi anni l’han visto, purtroppo, diradare le proprie apparizioni, complice una tendenza alla depressione che gli ha procurato non poche crisi, non passeggero dolore: ed il suo addio al teatro, al termine d’una serata memorabile e riassuntiva davvero dell’arte sua, è stato uno dei grandi eventi di palcoscenico dell’ultimo decennio.
Ma immaginiamo che, s’egli avesse dovuto scegliere pure per il cinema le immagini d’un congedo, avrebbe appuntato le proprie preferenze sul tenero, commosso finale de "Lo zio indegno" (1989) di Franco Brusati: dove, poeta anarcoide ed immoralista invecchiato senz’ombra di pentimento, egli si spegne - sazio delle gioie, dei sapori stordenti o amari dell’esistenza - di fronte alla grandezza incontenibile del mare, nella quiete d’un arenile fuori stagione. Sereno, eppure non riconciliato.

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Vittorio Gassman, elogio del mattatore

Una delle figure maggiori che lo spettacolo europeo del dopoguerra abbia prodotto: un talento poliedrico e proteiforme, non nel senso (o non solo nel senso) d’un fregolismo di maniera, d’un camaleontismo d’accatto che lo avrebbe reso non dissimile da altri colleghi suoi abili sì, ma certo assai meno di lui dotati.
Stiamo qui, per contro, parlando della sua superiore capacità d’impersonare i tipi più diversi e contrastanti: si pensi all’epoca in cui la cinematografia indigena lo aveva confinato in caratterizzazioni di "vilain" o quanto meno d’individuo affetto da insanabile mutria, ed egli seppe reinventarsi nella generale incredulità commediante di gran classe nei panni di Peppe er Pantera per il monicelliano "I soliti ignoti" (1958), impresa bissata l’anno seguente col mirabile soldato semplice Giovanni Busacca de "La grande guerra", sempre per la regia di Monicelli.
La grandezza di Gassman è tutta qui: nel suo passare con ammirevole noncuranza dai ruoli del teatro classico (resta memorabile, nella stagione ‘56-’57, un "Otello" in cui le parti del Moro di Venezia e di Jago venivano recitate a sere alterne scambiandole con l’eclettico Salvo Randone) a quelli della contemporaneità più smaccata, valga per tutti l’esempio sublime del Bruno Cortona de "Il sorpasso" (1962) o il tour de force di millanta personaggini nell’insuperato "I mostri" (1963), ancora sotto il vigile occhio risiano.
Gli ultimi anni l’han visto, purtroppo, diradare le proprie apparizioni, complice una tendenza alla depressione che gli ha procurato non poche crisi, non passeggero dolore: ed il suo addio al teatro, al termine d’una serata memorabile e riassuntiva davvero dell’arte sua, è stato uno dei grandi eventi di palcoscenico dell’ultimo decennio.
Ma immaginiamo che, s’egli avesse dovuto scegliere pure per il cinema le immagini d’un congedo, avrebbe appuntato le proprie preferenze sul tenero, commosso finale de "Lo zio indegno" (1989) di Franco Brusati: dove, poeta anarcoide ed immoralista invecchiato senz’ombra di pentimento, egli si spegne - sazio delle gioie, dei sapori stordenti o amari dell’esistenza - di fronte alla grandezza incontenibile del mare, nella quiete d’un arenile fuori stagione. Sereno, eppure non riconciliato.

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