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Niccolò Ammaniti

Niccolò Ammaniti per Italica

Ti prendo e ti porto via. Quante volte l’avrei voluto dire a quella ragazza lì, seduta a quel tavolo accanto, seduta tra quei due fichetti in giacca e cravatta e abbronzatura integrale che parlano del campionato. A quella ragazza bellissima e annoiata che guarda fuori dalla finestra del ristorante e sospira. Io pure mi annoio. A quella ragazza che non c’entra niente con quella gente, che dovrebbe stare con me, dovunque, ma non qui. Vorrei prenderla e portarla via. " Scusatemi, ma lei viene con me. " E niente, ce ne andiamo via, lontano. Io e lei. Ti prendo e ti porto via. E’ l’uomo nero che me lo dice e poi ride, lì, in piedi, in fondo alla stanza, nascosto dietro l’armadio. E’ quell’essere d’ombra che se accenderò la luce scomparirà ma ora c’è e non riesco a dormire. E’ quell’essere che ti prende e ti porta via e ti getta in un pozzo nero dove c’è solo silenzio, dove sei solo, dove non uscirai mai più. E’ quell’essere che secondo la mamma non esiste e che ho mangiato troppo budino e faccio gli incubi e secondo Mimmo, mio fratello, lo vedono solo i mocciosi cagasotto. Ti prendo e ti porto via. Lo dici a tua zia che sei andata a trovare in questo posto che tutti chiamano Villa serena ma a te sembra solo un carcere per vecchi. Lo dici a quella vecchia a cui l’ultima volta a cui pensato erano sei mesi fa e ora sta su quella sedia da due ore davanti a quello schermo dove quattro idioti ballano e fanno i cruciverba e ogni due minuti si gratta la ferita sul naso con quell’artiglio artritico che ha al posto della mano. Ti prendo e ti porto via. A quel cucciolo sporco di grasso e con le costole di fuori finito in fondo al tombino che ha pure smesso di guaire e ti fermi e ci pensi e dici ma sì e poi scuoti la testa e poi non lo prendi perché papà non sopporta le bestie per casa.
Ti prendo e ti porto via. E’ il mio romanzo. Ho faticato a scriverlo. E a un certo punto ero sicuro che non lo avrei mai finito. Ero sicuro che per il resto della vita avrei risposto a giornaliste che mi facevano domande imbarazzanti sulle dimensioni del mio affare, sul viagra, sul mio rapporto con le scarpe da ginnastica e il film più bello che ho visto in vita mia. E stavo male. E allora sono partito e mi sono chiuso in una casa dove c’era il mio computer, il freddo, un gatto chiamato Gary e una signora gentile che mi preparava la cena. E’ la cosa più grande che ho mai scritto e, secondo me, la più bella. Quattrocento pagine. Ti prendo e ti porto via. E’ la storia di due amori tormentati. Di un vecchio playboy logoro. Di una professoressa sola. Di un ragazzino di undici anni chiamato Pietro. Di una banda di bulli che lo vogliono vedere morto. Di un piccolo paese dove d’estate si muore di caldo e d’inverno di freddo. Ti prendo e ti porto via. Vorrei dirlo ai miei lettori.

Niccolò Ammaniti

Niccolò Ammaniti

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Biografia di Ammaniti

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