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Tra
Mergellina e gli Usa
Il 7 settembre 1960, nel corso d’una
"Serata di gala" in tv, Renato Carosone toglie
ad Emma Danieli il microfono per annunciare il suo ritiro
dalle scene: l’artista ha appena quarant’anni (è nato
a Napoli, nel 1920), è reduce da un decennio di
strepitosi successi (si è esibito persino al Carnegie
Hall di New York), ha contribuito a svecchiare come pochi
altri - vengono in mente solo i nomi di Domenico Modugno e
Fred Buscaglione - la canzone nostrana.
La sua vicenda umana e artistica viene
ora ripercorsa con grazia e humour nell’autobiografia
"Un americano a Napoli" (Sperling&Kupfer,
pp.156, L.26.500): scritta con la collaborazione del
giornalista Federico Vacalebre, essa ci offre pure un
divertito ritratto dell’Italia dell’epoca, sospesa fra
il desiderio di ricostruzione del dopoguerra ed i primi
segni di euforia ad annuncio del boom prossimo venturo.
Il ritorno in patria avvenuto nel ‘46
- dopo nove anni spesi all’estero in cerca di fortuna
suonando jazz in vari club - segna per il Nostro l’inizio
della grande avventura: scritturato a Napoli da un nuovo
night club, lo Shaker, egli forma per l’occasione un
formidabile trio, con Peter Van Wood alla chitarra
elettrica ed il virtuoso delle percussioni Gegè Di
Giacomo. L’ultimo tassello del mosaico è costituito
dall’incontro col versatile paroliere Nicola Salerno:
mescolando tradizione partenopea, swing e (nascente) rock’n’roll,
viene così messa a punto una fortunata formula destinata
a produrre parecchi evergreen, da "Torero" a
"Caravan Petrol", da "O’ Sarracino"
a "Pigliate ‘na pastiglia", fino alla
leggendaria "Tu vuò fa’ l’americano"
(riproposta recentemente dal profeta del rockabilly Brian
Setzer, oltre che in una scatenata versione a più voci
nel film di Anthony Minghella "Il talento di
Mr.Ripley" ).
Scomparso a 81 anni, Renato
Carosone è ancora tra noi col suo repertorio di sempre: le
nuove generazioni ne conoscono i testi, li cantano, si divertono. Come se il tempo si fosse fermato.
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