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Ho visto un re
Nella breve introduzione
agli ultimi due volumi di "Le commedie di Dario Fo" (Einaudi), il XII (pp.480,
L.32.000) ed il XIII (pp.220, L.26.000), l'autore insiste sulla modificabilità dei testi
presentati: concepiti, egli dice, come strutture leggere, in grado di assorbire le
suggestioni dell'attualità come del mutar delle situazioni storiche e financo della
collocazione geografica, essi hanno le caratteristiche del "work in progress",
destinato a mai trovar forma definitiva.
Dev'essere per questo, aggiungiamo noi, che al momento del conferimento all'attore e
commediografo varesino del premio Nobel per la letteratura (ottobre 1997) venivano
contemporaneamente rappresentate, nei teatri di tutto il mondo, tre o quattrocento delle
sue opere; e per il motivo medesimo certi lavori suoi s'adattano a meraviglia a contesti
diversissimi, valga per tutti quel "Morte accidentale di un anarchico" ispirato
dal "suicidio" dell'anarchico Pinelli, messo in scena sui palcoscenici
britannici a rappresentare le violenze perpetrate dalla polizia ai danni dei militanti
dell'IRA.
"Io e Franca di premi ne prendiamo pochi, perché il premio normalmente è
espressione del potere che premia se stesso, che premia i suoi giullari e cantori"
aveva dichiarato nell'87 Fo: e le motivazioni prescelte dagli accademici di Stoccolma
nell'assegnargli il prestigioso riconoscimento sottolineano proprio il carattere
nobilmente ribellistico - da "fool" capace di farsi beffe dei potenti e di
sempre prender le parti degli umili - di un'arte mai piegatasi ai diktat dell'arroganza
padronale e capace invece di affermarsi fino ai massimi livelli in virtù delle proprie
specificità.
In contrasto con il concetto oraziano, che pretende il parto letterario "monumento
più duraturo del bronzo", la pagina di Fo segue le ondulazioni del tempo, viene
rielaborata nel suo farsi e nel suo quotidiano rappresentarsi, scena per scena, replica
dopo replica. Strumento della lotta di classe oltre che espressione artistica, essa trova
ossimoricamente la scaturigine della propria eternità nella dimensione del provvisorio; e
dà così conto della peculiare grandezza di un artista capace di inventare un'idioletto,
il grammelot, per dar lingua e voce a coloro ai quali la Storia ha interdetto la parola.
Perché l'abbiano, almeno per un giorno; perchè un giorno tornino ad averla, per sempre.
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