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Mario Luzi

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a cura di Memmo Giovannini

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Mario Luzi L'opera poetica

Cronologia a cura di Stefano Verdino

1915-1919

Mario passa tutte le estati fino al 1940 a Samprugnano nelle case dei Luzi («fui molto suggestionato dal mio nonno paterno, figura austera ma premurosa e saggia», "Spazio stelle voce", Leonardo, Milano 1992, pp. 74-5) o dei Papini. Si mescola volentieri alla numerosa tribù dei familiari; particolarmente importante sarà sempre il rapporto con la cugina coetanea Nella Papini. Mario è legatissimo alla madre, figura centrale in tutta la sua esistenza, ricordata in tante poesie in vita e in morte: «Nell'infanzia io avevo come termine di paragone immediato il paese, Samprugnano, paese della Maremma originario dei miei genitori, e il borgo fiorentino di Castello. Su questo fondo si staccava, senza avere nulla di conclamato, la figura di mia madre.

In fondo il cristianesimo del "pagus", vissuto socialmente dal "pagus", dal villaggio, nel rispetto della tradizione e dei riti (che è un modo di religione che si è anche troppo spregiato), aveva una sua bellezza e una sua attrattiva, specialmente a Samprugnano, dove i rapporti umani prevalevano su quelli parrocchiali. Su questo mondo, che era anche quello di mia madre, lei si profilava in un modo per me più avvincente: io ho visto in mia madre tutto quel mondo di religione contadina ed elementare ma introflesso e pensato e molto intensamente vissuto. Questo mi ha incantato in lei, al di là del grande affetto che ci legava. Mi affascinava il suo trasportare tutte le cose in una interiorità, che forse la società modesta in cui si viveva allora non sentiva come bisogno primario. Il cristianesimo è stato prima di tutto un'ammirazione e una imitazione di mia madre. Io sono entrato per quella porta, che era una porta naturale, ma anche già selettiva. Altre figure di donne di chiesa o l'esperienza catechistica non mi dicevano nulla, anzi di queste ero piuttosto insofferente. [...] Lei aveva i suoi momenti di preghiera, che non erano stabiliti per orario; non era solo devozione, era preghiera: io avvertivo questo scarto; era preghiera. Questo vedevo nei momenti di sua preoccupazione (per la salute di sua madre, dei suoi familiari, per mio padre, che ebbe un periodo difficile). Lei viveva la preghiera come soccorso, ma questa veniva ripresa in un suo discorso interiore. Lei riusciva a inserire le cose in un ordine, anche doloroso. Non era una donna allegra, era piuttosto malinconica, ma serena e mansueta» (PC, pp. 10-1).

Diverso è il rapporto con il padre: «Mio padre aveva un'altra vitalità; buonissima persona, anzi molto affettuoso, ma non con quest'anima. Agli inizi avrebbe desiderato per me un altro tipo di lavoro. Poi, visto che in questo mi ci trovavo bene, che ne traevo soddisfazione, che i risultati erano interessanti, ha compreso che per vivere e realizzarmi avevo bisogno di seguire questa strada, e ne è stato contentissimo. Dopo la morte di mia madre, c'è stato con lui un colloquio più intenso, anche perchè‚ lui recuperava tutta la sua personalità e spesso sentiva che doveva coprire anche la parte di mia madre. E' stato molto bello, in quegli ultimi cinque o sei anni, quando ci siamo veramente capiti. Devo dire il vero, che prima si era un po' lontani. In alcuni momenti anche contrapposti» (C). Ciro Luzi era anche un buon lettore di gusto vociano: «leggeva Gentile, Amendola, "Il giornale d'Italia", Salvemini e poi "La Voce" di Papini e Prezzolini. Quindi anche le letture suggerite da "La Voce": "Così parlò Zarathustra", "La Gaia Scienza". Mia madre invece aveva una passione più che istintiva, quasi ereditaria per la musica. Aveva potuto seguire il teatro, aveva anche il gusto, le orecchie, insomma» (CQ, p. 14).
La serenità della famiglia fu essenziale per la sua formazione e motivo, all'uomo adulto, di commosso sogno (come in "Trame" nella prosa "Un sogno") e di indelebile ricordo anche in tarda età: «quando penso alla mia infanzia, alla prima a Castello, in quella casa tranquilla, insieme a degli amici, a dei piccoli coetanei, mi sembrava che fosse un luogo e un tempo molto sereno, e serenamente vissuto anche dagli adulti. Può darsi che su questo la memoria lavori molto, insomma faccia il suo lavoro di trasformazione, però ero molto innamorato di mia madre, mi piaceva mia madre, tutto quel che faceva mi incantava, come usava le mani, come cuciva, come sorrideva, e quando poi era triste, perché‚ mia madre aveva anche dei periodi di malinconia: questo mi abbatteva moltissimo, io ero molto legato ai suoi sentimenti, si riflettevano molto su di me, mi era impossibile essere allegro quando la vedevo così. Questo mi è accaduto anche con altre persone, che in un certo senso ripetono mia madre come femminilità; ho molta dipendenza da queste immagini, da questi segnali. Poi c'era mia sorella che ogni tanto mi voleva sottomettere, mi ribellavo, ma siamo stati anche molto uniti, era premurosa con me» (LS, p. 87).

Sono però gli anni della Prima guerra mondiale, avvertita dal bambino nel suo stesso paese: «Il posto dove sono nato, presso Firenze, ha in sé‚ un contrasto molto pronunziato. In alto, sulle colline, la forma armoniosa e conclusa che gli architetti delle ville e dei giardini hanno dato alla natura del Rinascimento e nel Sei e nel Settecento, in basso la polverosa animazione di una borgata industriale. Inoltre un contrasto anche più macerante assimilato, anch'esso, nella prima infanzia: quelle sobrie ma monumentali dimore del potere e del privilegio ho imparato a conoscerle quando trasformate in ospedali militari ingoiavano dietro i loro cancelli colonne di autoambulanze con a bordo i feriti che i treni provenienti dai fronti della prima guerra mondiale scaricavano sulle banchine dei binari morti nella piccola stazione di Castello di cui mio padre era il capo: qualcuno di quegli uomini deposti sulle barelle con le bende insanguinate mi resta ancora oggi stampato nella mente. Lo stesso luogo mi fece conoscere i disordini sociali del dopoguerra e le violenze fasciste» ("Il silenzio, la voce", Sansoni, Firenze 1984, p. 6).

1991

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nulla di conclamato, la figura di mia madre.

In fondo il cristianesimo del "pagus", vissuto socialmente dal "pagus", dal villaggio, nel rispetto della tradizione e dei riti (che è un modo di religione che si è anche troppo spregiato), aveva una sua bellezza e una sua attrattiva, specialmente a Samprugnano, dove i rapporti umani prevalevano su quelli parrocchiali. Su questo mondo, che era anche quello di mia madre, lei si profilava in un modo per me più avvincente: io ho visto in mia madre tutto quel mondo di religione contadina ed elementare ma introflesso e pensato e molto intensamente vissuto. Questo mi ha incantato in lei, al di là del grande affetto che ci legava. Mi affascinava il suo trasportare tutte le cose in una interiorità, che forse la società modesta in cui si viveva allora non sentiva come bisogno primario. Il cristianesimo è stato prima di tutto un'ammirazione e una imitazione di mia madre. Io sono entrato per quella porta, che era una porta naturale, ma anche già selettiva. Altre figure di donne di chiesa o l'esperienza catechistica non mi dicevano nulla, anzi di queste ero piuttosto insofferente. [...] Lei aveva i suoi momenti di preghiera, che non erano stabiliti per orario; non era solo devozione, era preghiera: io avvertivo questo scarto; era preghiera. Questo vedevo nei momenti di sua preoccupazione (per la salute di sua madre, dei suoi familiari, per mio padre, che ebbe un periodo difficile). Lei viveva la preghiera come soccorso, ma questa veniva ripresa in un suo discorso interiore. Lei riusciva a inserire le cose in un ordine, anche doloroso. Non era una donna allegra, era piuttosto malinconica, ma serena e mansueta» (PC, pp. 10-1).

Diverso è il rapporto con il padre: «Mio padre aveva un'altra vitalità; buonissima persona, anzi molto affettuoso, ma non con quest'anima. Agli inizi avrebbe desiderato per me un altro tipo di lavoro. Poi, visto che in questo mi ci trovavo bene, che ne traevo soddisfazione, che i risultati erano interessanti, ha compreso che per vivere e realizzarmi avevo bisogno di seguire questa strada, e ne è stato contentissimo. Dopo la morte di mia madre, c'è stato con lui un colloquio più intenso, anche perchè‚ lui recuperava tutta la sua personalità e spesso sentiva che doveva coprire anche la parte di mia madre. E' stato molto bello, in quegli ultimi cinque o sei anni, quando ci siamo veramente capiti. Devo dire il vero, che prima si era un po' lontani. In alcuni momenti anche contrapposti» (C). Ciro Luzi era anche un buon lettore di gusto vociano: «leggeva Gentile, Amendola, "Il giornale d'Italia", Salvemini e poi "La Voce" di Papini e Prezzolini. Quindi anche le letture suggerite da "La Voce": "Così parlò Zarathustra", "La Gaia Scienza". Mia madre invece aveva una passione più che istintiva, quasi ereditaria per la musica. Aveva potuto seguire il teatro, aveva anche il gusto, le orecchie, insomma» (CQ, p. 14).
La serenità della famiglia fu essenziale per la sua formazione e motivo, all'uomo adulto, di commosso sogno (come in "Trame" nella prosa "Un sogno") e di indelebile ricordo anche in tarda età: «quando penso alla mia infanzia, alla prima a Castello, in quella casa tranquilla, insieme a degli amici, a dei piccoli coetanei, mi sembrava che fosse un luogo e un tempo molto sereno, e serenamente vissuto anche dagli adulti. Può darsi che su questo la memoria lavori molto, insomma faccia il suo lavoro di trasformazione, però ero molto innamorato di mia madre, mi piaceva mia madre, tutto quel che faceva mi incantava, come usava le mani, come cuciva, come sorrideva, e quando poi era triste, perché‚ mia madre aveva anche dei periodi di malinconia: questo mi abbatteva moltissimo, io ero molto legato ai suoi sentimenti, si riflettevano molto su di me, mi era impossibile essere allegro quando la vedevo così. Questo mi è accaduto anche con altre persone, che in un certo senso ripetono mia madre come femminilità; ho molta dipendenza da queste immagini, da questi segnali. Poi c'era mia sorella che ogni tanto mi voleva sottomettere, mi ribellavo, ma siamo stati anche molto uniti, era premurosa con me» (LS, p. 87).

Sono però gli anni della Prima guerra mondiale, avvertita dal bambino nel suo stesso paese: «Il posto dove sono nato, presso Firenze, ha in sé‚ un contrasto molto pronunziato. In alto, sulle colline, la forma armoniosa e conclusa che gli architetti delle ville e dei giardini hanno dato alla natura del Rinascimento e nel Sei e nel Settecento, in basso la polverosa animazione di una borgata industriale. Inoltre un contrasto anche più macerante assimilato, anch'esso, nella prima infanzia: quelle sobrie ma monumentali dimore del potere e del privilegio ho imparato a conoscerle quando trasformate in ospedali militari ingoiavano dietro i loro cancelli colonne di autoambulanze con a bordo i feriti che i treni provenienti dai fronti della prima guerra mondiale scaricavano sulle banchine dei binari morti nella piccola stazione di Castello di cui mio padre era il capo: qualcuno di quegli uomini deposti sulle barelle con le bende insanguinate mi resta ancora oggi stampato nella mente. Lo stesso luogo mi fece conoscere i disordini sociali del dopoguerra e le violenze fasciste» ("Il silenzio, la voce", Sansoni, Firenze 1984, p. 6).

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