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Nati due volte
di Giuseppe Pontiggia

Indice
Incipit di Nati Due volte
Biografia di Pontiggia
Real video

a cura di Francesco Troiano

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Nati due volte ovvero la cognizione del dolore

Com’è bello, l’ultimo libro di Giuseppe Pontiggia. Meraviglioso. Ci ha abituati da gran tempo, lo scrittore comasco, a testi insieme lievi ed azzardosi, ad una scrittura che ha nella sapienza aforistica la propria chiave di volta: ma stavolta l’argomento - il rapporto d’un padre col figlio disabile, spastico per una momentanea interruzione d’ossigeno ed un malaccorto uso del forcipe - è di quelli davvero a rischio, con patetismo e commozione sempre pronti a tender agguati.
Gravata per soprammercato da una radice autobiografica, la narrazione procede invece spedita e sicura: come avveniva nello splendido "La grande sera", Pontiggia ama registrare certi eventi non nella loro concretezza di fatti, ma nelle reazioni che determinano in cose e persone dell’ambiente circostante.
Se lì era la misteriosa scomparsa d’un professionista ad essere esaminata nella sarabanda di volti dei corifei, qui vien colto dell’handicap il riflesso nell’inadeguatezza, l’imbarazzo, l’approssimazione di medici, congiunti, presidi, specialisti.
Sin dal titolo, il destino di Paolo è quello d’una duplice nascita, la prima che lo consegna impreparato al mondo, la seconda che ne registra gli sforzi e la pena per farsi accettare nell’universo dei normali: armato d’una straordinaria pazienza positiva (che talvolta si frantuma, ed allora lo scopriamo mentre piange "con le mani aggrappate al pavimento, come se anche questo dovesse sfuggirgli"), egli cammina lungo i muri delle case con passo incerto, periclitante, segnato da un disagio fisicamente insanabile.
E c’è, poi, il passo dello scrittore: mai demiurgico, all’insegna d’una partecipazione che non si nega tuttavia il sorriso, egli accompagna la sua creatura con contenuta trepidazione, ed in sua lode tesse un elogio della fragilità che assume valore dirompente in una società fondata sulla competizione. Non l’imbecillità consolatoria, intendiamoci, degli ultimi che saranno i primi: piuttosto, la convinzione che non vi sian classifiche da stilare ma solo strade da percorrere. Con le gambe, certo: ma anche con fiato, coraggio, dolcezza. Col cuore.

Giuseppe Pontiggia
Nati due volte
Mondadori, pp.232
L.29.000

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Nati due volte
di Giuseppe Pontiggia

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Incipit di Nati Due volte
Biografia di Pontiggia
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a cura di Francesco Troiano

Nati due volte ovvero la cognizione del dolore

Com’è bello, l’ultimo libro di Giuseppe Pontiggia. Meraviglioso. Ci ha abituati da gran tempo, lo scrittore comasco, a testi insieme lievi ed azzardosi, ad una scrittura che ha nella sapienza aforistica la propria chiave di volta: ma stavolta l’argomento - il rapporto d’un padre col figlio disabile, spastico per una momentanea interruzione d’ossigeno ed un malaccorto uso del forcipe - è di quelli davvero a rischio, con patetismo e commozione sempre pronti a tender agguati.
Gravata per soprammercato da una radice autobiografica, la narrazione procede invece spedita e sicura: come avveniva nello splendido "La grande sera", Pontiggia ama registrare certi eventi non nella loro concretezza di fatti, ma nelle reazioni che determinano in cose e persone dell’ambiente circostante.
Se lì era la misteriosa scomparsa d’un professionista ad essere esaminata nella sarabanda di volti dei corifei, qui vien colto dell’handicap il riflesso nell’inadeguatezza, l’imbarazzo, l’approssimazione di medici, congiunti, presidi, specialisti.
Sin dal titolo, il destino di Paolo è quello d’una duplice nascita, la prima che lo consegna impreparato al mondo, la seconda che ne registra gli sforzi e la pena per farsi accettare nell’universo dei normali: armato d’una straordinaria pazienza positiva (che talvolta si frantuma, ed allora lo scopriamo mentre piange "con le mani aggrappate al pavimento, come se anche questo dovesse sfuggirgli"), egli cammina lungo i muri delle case con passo incerto, periclitante, segnato da un disagio fisicamente insanabile.
E c’è, poi, il passo dello scrittore: mai demiurgico, all’insegna d’una partecipazione che non si nega tuttavia il sorriso, egli accompagna la sua creatura con contenuta trepidazione, ed in sua lode tesse un elogio della fragilità che assume valore dirompente in una società fondata sulla competizione. Non l’imbecillità consolatoria, intendiamoci, degli ultimi che saranno i primi: piuttosto, la convinzione che non vi sian classifiche da stilare ma solo strade da percorrere. Con le gambe, certo: ma anche con fiato, coraggio, dolcezza. Col cuore.

Giuseppe Pontiggia
Nati due volte
Mondadori, pp.232
L.29.000

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