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Storia di un commediante
di Alberto Sordi

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Incipit di "Storia di un commediante"
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Biografia di Alberto Sordi

a cura di Francesco Troiano

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Alberto Sordi: Storia di un principiante

Sono due le scuole di pensiero che si confrontano su Alberto Sordi, probabilmente il più grande attore apparso sulla scena della cinematografia nostrana nel dopoguerra: potremmo definirle sociologica la prima, antropologica la seconda.
L'una sostiene ch'egli abbia saputo, nel corso della sua lunghissima e fortunata carriera, ritrarre al meglio i (molti) vizi e le (poche) virtù nazionali, dando quindi vita ad una sorta di "storia di un italiano" come da titolo d'un suo celeberrimo programma televisivo, costruito con spezzoni delle pellicole girate durante oltre mezzo secolo.
L'altra ritiene invece che il Nostro mai sia stato un personaggio in rappresentanza d'un costume, altresì incarnando solamente se medesimo: bravo, irascibile, canagliesco, avaro, aggressivamente romanesco e scaltramente italianesco, capace in definitiva d'adattare al sordismo ogni ruolo.
La lettura dello svelto suo volume autobiografico "Storia di un commediante" (Zelig, pp.240, L.28.000) non aiuta a dirimere la questione, semmai convince a porla in termini diversi: è probabile che il citato sordismo sia stato il mezzo attraverso il quale un interprete particolarmente dotato ha trovato il modo di esprimere il proprio talento naturale, esercitandosi esemplarmente in quella commedia di costume rivelatasi a posteriori specchio fedele della contraddittoria evoluzione d'un paese.
Suddiviso in capitoletti succosi e concisi ad un tempo, il libro risulta di piacevole fruibilità e consente al lettore un'atipica cavalcata attraverso innumerevoli lustri di italiche vicende: sull'onda della memoria, Sordi propone gustosi aneddoti, schizza ritrattini commossi o pungenti, dice la sua sugli argomenti più svariati. Alla fine della trattazione, s'affaccia l'ombra della vecchiaia incombente, forse il rimpianto di non aver avuto un figlio: ma la malinconia è di breve durata, mitigata dalla consapevolezza di aver goduto d'un destino eccezionale, dalla convinzione che "anche nel dolore ci si può illudere e continuare a vivere".

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Alberto Sordi: Storia di un principiante

Sono due le scuole di pensiero che si confrontano su Alberto Sordi, probabilmente il più grande attore apparso sulla scena della cinematografia nostrana nel dopoguerra: potremmo definirle sociologica la prima, antropologica la seconda.
L'una sostiene ch'egli abbia saputo, nel corso della sua lunghissima e fortunata carriera, ritrarre al meglio i (molti) vizi e le (poche) virtù nazionali, dando quindi vita ad una sorta di "storia di un italiano" come da titolo d'un suo celeberrimo programma televisivo, costruito con spezzoni delle pellicole girate durante oltre mezzo secolo.
L'altra ritiene invece che il Nostro mai sia stato un personaggio in rappresentanza d'un costume, altresì incarnando solamente se medesimo: bravo, irascibile, canagliesco, avaro, aggressivamente romanesco e scaltramente italianesco, capace in definitiva d'adattare al sordismo ogni ruolo.
La lettura dello svelto suo volume autobiografico "Storia di un commediante" (Zelig, pp.240, L.28.000) non aiuta a dirimere la questione, semmai convince a porla in termini diversi: è probabile che il citato sordismo sia stato il mezzo attraverso il quale un interprete particolarmente dotato ha trovato il modo di esprimere il proprio talento naturale, esercitandosi esemplarmente in quella commedia di costume rivelatasi a posteriori specchio fedele della contraddittoria evoluzione d'un paese.
Suddiviso in capitoletti succosi e concisi ad un tempo, il libro risulta di piacevole fruibilità e consente al lettore un'atipica cavalcata attraverso innumerevoli lustri di italiche vicende: sull'onda della memoria, Sordi propone gustosi aneddoti, schizza ritrattini commossi o pungenti, dice la sua sugli argomenti più svariati. Alla fine della trattazione, s'affaccia l'ombra della vecchiaia incombente, forse il rimpianto di non aver avuto un figlio: ma la malinconia è di breve durata, mitigata dalla consapevolezza di aver goduto d'un destino eccezionale, dalla convinzione che "anche nel dolore ci si può illudere e continuare a vivere".

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