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Pop tradizionale e slanci di romanticismo nellultimo album di Adriano
Celentano
Trentanni fa Giulio
Rapetti, in arte Mogol, scriveva "Il Tangaccio", "Grazie prego scusi"
e il curioso "Il mondo in Mi7", in grado di anticipare i tempi in maniera
straordinaria: una sorta di rap ante litteram imperniato su un unico, ossessivo accordo e
sulla frase "Apro il giornale e leggo che...". Ad interpretarli era la voce già
corposa e timbricamente inconfondibile di Adriano Celentano. Con lalbum realizzato
insieme a Mina linverno scorso, il cantante milanese ha già mostrato un ritorno
alla musica più tradizionale, accantonando gli intenti ideologico-filosofici degli ultimi
anni e concedendosi come unica particolarità un calembour dialettale; con "Io non so
parlar damore", uscito sul mercato italiano il 6 Maggio scorso con 150.000
prenotazioni, Celentano si propone come puro interprete di una raccolta pop romantica e
melodica. Un ritorno allantico in un modo particolare. Una carriera decennale e la
recente esperienza con Mina, linterprete per eccellenza che ha offerto la sua voce a
tanti compositori e che lo ha indotto ad una riflessione ulteriore, hanno spinto Celentano
a puntare tutto sulle canzoni. Canto nudo, spogliato da motivazioni altre, vissuto in una
dimensione quasi artigianale, attenta soprattutto alle sfumature timbriche. Forse una
sorpresa per un pubblico che, a detta dello stesso cantante, si era abituato a prestare
attenzione più al significato delle sue parole che al modo in cui venivano intonate. Per
di più in un momento di piena maturità vocale che accanto al pop non rinuncia ad un
ritorno di fiamma. "Sarai uno straccio" è lunico pezzo rock
dellalbum, pieno di divagazioni linguistiche assurde ed inventate ed un ritmo caro
al protagonista che alterna violoncelli e chitarre. I restanti brani, arrangiati con
maestria da Fio Zanotti, appartengono musicalmente quasi tutti a Gianni Bella, tranne
alcuni affidati a giovani autori. "Gelosia", il più gettonato dalle radio,
"Una rosa pericolosa", intrisa di sapori anni Sessanta, "Luomo di
cartone" e "Qual è la direzione", "Lemozione non ha voce",
in cui parole e note sono dosate con precisione estrema, "Le pesche
dinverno", ma soprattutto "Arcobaleno", lomaggio personale di
Mogol a Lucio Battisti, una rivelazione daffetto inaspettata e a lungo repressa.
"Io son partito poi così dimprovviso / che non ho avuto / il tempo di salutare
/ listante è breve / se cè una luce / che trafigge il tuo cuore... Mi manchi
tanto amico caro davvero / e tante cose son rimaste da dire / ascolta sempre e solo musica
vera / e cerca sempre se puoi di capire". Stile scabro, asciutto, quello dei tempi
migliori, ma che sa vibrare di commozione, che è capace di dire il più possibile nello
spazio più breve. Uno stile che costruisce i testi con una tecnica cinematografica, per
primi piani e particolari, con una capacità di sintesi che è lunica in grado di
cogliere i significati più arcani della musica, fondendosi con essa. Un lavoro del genere
non può che essere il frutto di unarmonia ritrovata ed immediata fra parole, musica
e voce. Unarmonia che sente il peso del tempo con le sue gioie ed i suoi grandi
dolori, con le delusioni e le speranze e che si spinge verso il sentimento per eccellenza,
lamore, con totale sincerità, analizzandolo in tutte le sue sfaccettature: la
rivalità e la gelosia, la minaccia, la passione, la tenerezza infinita, il non detto, i
toni sommessi.
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 Io
non so parlar d'amore
di Adriano Celentano
Edizioni:
Clan
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