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Fabrizio
De André: Smisurata preghiera
Ad
un anno di distanza dalla morte di Fabrizio De André,
non accenna a colmarsi la sensazione di vuoto che la
sua scomparsa ha lasciato: non si vede, soprattutto,
chi potrebbe idealmente rilevar le consegne di
quest’artista schivo, appartato, solitario, eppure
capace - unico, assieme a Paolo Conte, nella scena
cantautoriale nostrana - d’una creatività rimasta
intatta pel corso d’una carriera durata decenni.
Chi voglia averne riprova, si cimenti con il
bellissimo cofanetto intitolato semplicemente
"Opere complete" (Bmg Ricordi): esso
include, in 13 CD (più uno di bonus, comprendente
l’altrove non inclusa "Il pescatore"
oltre ad "Una storia sbagliata", dedicata
a Pier Paolo Pasolini in occasione del quinto
anniversario della sua morte ed apparsa solo su 45
giri), tutte le registrazioni in studio del
musicista genovese riproposte nella loro successione
cronologica, corredate di commenti, testi completi
ed un ricco repertorio fotografico.
All’ascolto complessivo, meglio si precisano
tematiche, interessi, umori che caratterizzano la
poetica del Nostro: sopra ogni cosa, si delinea una
visione del mondo di atroce pessimismo, dove la
Storia è succedersi di sopraffazioni, violenze,
abusi commessi da chi detiene il potere nelle sue
varie forme ai danni di chi è costretto a subire
passivamente.
I perdenti, ecco: gli umili che egli ama, dei quali
non giudica le azioni né fornisce un ritratto
edulcorato; consapevole com’è (ne "La città
vecchia") del fatto che "se tu penserai,
se giudicherai da buon borghese, li condannerai a
cinquemila anni più le spese". Per contro,
egli difende i suoi dolorosi personaggi, parteggia
per loro: il suicida di "Preghiera in
gennaio" ( "Dio di misericordia, il tuo
bel paradiso, lo hai fatto soprattutto per chi non
ha sorriso ") e quello di "La ballata del
Miché" ("Se pure Michè, non ti ha
scritto spiegando perché, se n’è andato dal
mondo tu sai che l’ha fatto soltanto per
te"), la puttana di "Via del Campo"
("dai diamanti non nasce niente, dal letame
nascono i fiori") e la fanciulla disponibile di
"Bocca di rosa" ("la chiamavano Bocca
di rosa, metteva l’amore sopra ogni cosa"),
il tossicodipendente del "Cantico dei
drogati" ("ho licenziato Dio, gettato via
un amore, per costruirmi il vuoto nell’anima e nel
cuore") ed i protagonisti infelici de "La
ballata degli impiccati" ("prima che fosse
finita, ricordammo a tutti ancora, che il prezzo fu
la vita per il male fatto in un’ora") vengono
risarciti del disprezzo che vien loro abitualmente
riservato da benpensanti ed autorità; per esser
infine reinseriti nel disegno d’un universo ove i
concetti di bene o male son meno manichei, meno
banalmente contrapposti di quanto non avvenga
nell’esistenza che ci troviamo a vivere.
La riscrittura del concetto di eroismo operata
attraverso il ribaltamento delle convenzioni in
brani come "La guerra di Piero" o "La
ballata dell’eroe", l’omaggio commosso al
popolo indiano di "Fiume Sand Creek", la
forte carica di passione civile presente nella
travolgente "Don Raffaè" o nell’
immaginifica "La domenica delle salme"
sono altri aspetti d’un temperamento artistico
sfaccettato e poliedrico come pochi: ma non bastano
davvero parole, si rimane ancora e sempre incantati
di fronte alla malinconia struggente di
"Rimini", a quello straordinario viaggio
nelle culture del Mediterraneo ch’è "Creuza
de ma", all’epilogo scintillante di
"Anime salve". Disco, quest’ultimo, che
prediligeremmo se si presentasse la necessità di
scegliere un emblema, cavare un proverbio speciale:
la memorabile tristezza di "Princesa", la
luce tersa di "Ho visto Nina volare", la
fremente invocazione di "Smisurata
preghiera" dicono d’una grandezza scolpita
nei versi, eternata nelle note, infine consegnata al
tempo. Perché ne abbia cura, e la consegni intatta
a coloro che verranno: a chiunque sceglierà di
ascoltare queste canzoni destinate a mai
invecchiare.
F.T.
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De André
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