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Storia della Lingua Italiana

 

Francesco Bruni

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4. La formazione dei confini politici italiani: implicazioni linguistiche

Se confini politici e confini linguistici sono irriducibili tra loro, perché il confine linguistico è incompatibile con la dimensione lineare del confine politico, è però vero che i confini politici hanno ripercussioni tangibili sull’espansione o viceversa sulla compressione delle lingue. Le Alpi, in particolare, concepite tradizionalmente come una sorta di baluardo naturale che separa e protegge dai vicini, potenzialmente ostili, al di là dei monti, sono in realtà un luogo di forte mescolanza etnico-linguistica.

Il cambiamento dei confini prodottosi in epoche del passato prossimo o remoto è gravido di conseguenze linguistiche. I confini politici si sono fissati per ragioni storiche nel senso più ampio della parola, ragioni dipendenti dalle tradizioni locali, dalla geografia, dalla lingua, e soprattutto dall’esito dei rapporti di forza politica e militare. Esaminiamone allora gli spostamenti principali, muovendo da ovest a est:

  • In epoca risorgimentale la vittoria del Piemonte nella seconda guerra d’indipendenza che, insieme con i fatti che ne seguirono (1859-60), condusse all’unificazione politica e alla proclamazione del Regno d’Italia (1861), è alla base della cessione di Nizza e della Savoia (alleanza di Plombières, 1858, tra Vittorio Emanuele II re di Sardegna e Napoleone III imperatore di Francia). Contraddicendo la nozione comune delle Alpi come elemento naturale di divisione fra stati, il territorio del regno di Sardegna era posto a cavallo delle Alpi: comprendeva la Savoia sul lato francese e il Piemonte (con la Sardegna) sul versante italiano. Come compenso all’espansione, appoggiata dalla Francia, nel versante italiano, Vittorio Emanuele II cedette a Napoleone III la parte francese del suo regno, la Savoia, e con essa la zona, di lingua italiana, comprendente Nizza e il suo territorio (incluso il principato di Monaco).

  • I Savoia avevano governato a lungo uno stato al di qua e al di là delle Alpi. Fin dal 1560-61 il duca Emanuele Filiberto aveva decretato, con alcuni provvedimenti, che nelle cause di tribunale e in generale nelle "scritture pubbliche" (e cioè negli usi linguistici ufficiali, legati all’attività statale e amministrativa) si scrivesse "in bona lingua volgare, cioè Italiana, ne’ nostri stati d’Italia, e Francese, in quelli di là de’ monti", e cioè nella Savoia e nella Valle d’Aosta. I provvedimenti di Emanuele Filiberto miravano a sostituire la lingua viva al latino, ormai incomprensibile ai più; e nello stesso tempo incoraggiavano il francese e l’italiano. Si capisce come in epoca risorgimentale la cessione della Savoia abbia fatto gravitare verso l’italiano lo stato sabaudo, fino ad allora largamente bilingue (solo la Valle d’Aosta rimase, da allora, entro i confini; cfr. Marazzini 1991, 30sgg. e 89sgg.; = Marazzini 1992, 13 e 33sgg.; la citazione è a p. 33 = p. 14).

    • Fino ai primi del Cinquecento, il Ticino apparteneva al Ducato di Milano. Durante le guerre d’Italia, avvenne che nel 1515 a Marignano (oggi Melegnano, in provincia di Milano) un esercito di mercenari svizzeri ingaggiato da Massimiliano Sforza, signore di Milano, affrontasse un esercito veneziano e uno francese al comando del re di Francia Francesco I. Dopo due giorni di battaglia prevalsero i franco-veneziani; ma, avendo Massimiliano perso lo stato a favore dei Francesi, ne approfittarono anche gli Svizzeri, benché sconfitti: tornando in patria, si annetterono il Ticino.

  • Oggi la maggioranza della popolazione del Ticino (l’83% di circa 300.000 abitanti; cfr. Lurati 1992, 144) continua a parlare italiano, lingua riconosciuta come ufficiale, insieme con il tedesco e il francese. Si noti che la popolazione del Ticino ammonta al 4% della popolazione complessiva del paese; la maggioranza è di lingua tedesca (75%). I francòfoni sono il 19,8%, seguiti dai ticinesi, ai quali va aggiunta una minoranza di lingua romancia (lo 0,9%).

    • Dopo la prima guerra mondiale, alla quale l’Italia aveva partecipato al grido di "Trento e Trieste" (le due città "irredente"), i confini politici del paese si estesero a spese dell’Austria, una delle potenze sconfitte. Prima della Grande Guerra (1914-18; l’Italia partecipò al conflitto a partire dal 1915) l’Austria-Ungheria era un vasto e potente impero multietnico e multilingue. Negli uomini di stato italiani che parteciparono nel 1915 al Patto di Londra (premessa dell’entrata italiana in guerra), e poi alle trattative di pace, lunghe e complicate, concluse con il Trattato di Rapallo (1920), prevaleva l’immagine di un’Austria forte, ostile all’Italia, minacciosa; perciò, approfittando dei rapporti di forza, in quel momento favorevoli, si vollero assicurare al paese confini politici sicuri dal punto di vista strategico. Di qui, insieme con quella di Trento e Trieste, l’annessione di Bolzano, in modo da portare il confine alle Alpi. Un confine che lasciasse Bolzano in mano austriaca era infatti considerato insicuro: una valle dell’Adige appartenente, nella sua parte settentrionale, all’Austria, avrebbe consentito a quest’ultima una facile via di penetrazione militare in Italia.

  • In realtà, l’Austria quale fu ridimensionata all’indomani dei trattati di pace era un piccolo paese, non troppo preoccupante militarmente; ma una previsione simile non fu fatta, e tanto forte è il peso della tradizione che, per quanto i rapporti tra Italia e Austria siano rimasti, da allora, pacifici e generalmente buoni (nonostante la politica del fascismo in Alto Adige e, nel secondo dopoguerra, le tensioni dovute alla preoccupazione austriaca di tutelare al massimo la popolazione di lingua tedesca di Bolzano e provincia), ancora oggi la linea ferroviaria che, attraverso il Brennero, collega Italia e Austria è a binario unico. Questa circostanza è l’effetto di convinzioni strategiche che continuarono a restare influenti anche quando non avevano più ragion d’essere.

    • Il trattato di Rapallo del 1920 fissò anche i confini con il mondo slavo, modificando alquanto i patti di Londra: l’Italia si annetteva Trieste, la penisola dell’Istria (con le isole) e Zara.

  • In seguito al secondo conflitto mondiale, questa parte del confine fu ridisegnata a vantaggio della Jugoslavia, cui si attribuirono allora l’Istria e Zara (trattato firmato a Parigi nel 1947). Si formava inoltre un piccolo territorio libero, comprendente la città di Trieste, dal 1947 al 1954, anno nel quale Trieste tornava all’Italia.

    L’alterno spostamento dei confini orientali in seguito agli esiti della prima e della seconda guerra mondiale ebbe l’effetto di portare entro i confini italiani prima un gruppo consistente di slavi (quelli dell’interno dell’Istria), e poi entro quelli della Jugoslavia gli italiani delle coste istriane. Lo spostamento dei confini determinò tuttavia anche spostamenti delle popolazioni: nel secondo dopoguerra, molti italiani abbandonarono l’Istria jugoslava per l’Italia.

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