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Storia della Lingua Italiana

 

Francesco Bruni

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2. Immigrazione e rapporti fra lingue

Ieri come oggi i flussi migratori hanno fatto e fanno incontrare lingue diverse: dal contatto fra individui o gruppi nasce una situazione di bilinguismo, indispensabile per comunicare. Il bilinguismo può essere diffuso, oppure è affidato a interpreti che agiscono da mediatori; alla lunga, esso si risolve di norma nella prevalenza di una delle due lingue in contatto sull’altra. Una lingua, cioè, si caratterizza come dominante (perché di superiore prestigio culturale, o perché è parlata dalla comunità più numerosa o più forte sul piano economico o politico), e l’altra come dominata. Quest’ultima viene relegata a funzioni comunicative limitate: non è prevista negli usi pubblici, non è insegnata a scuola, e sopravvive nell’ambito dei rapporti privati, nella famiglia o tra amici; perciò tende a scomparire, anche se non scompare necessariamente, benché l’uso se ne restringa in misura più o meno sensibile. Non sempre la lingua dominante è quella della comunità che esercita il potere politico, come si vedrà in seguito; ma nelle situazioni migratorie la lingua degli immigrati è per vari motivi una lingua dominata: perché di norma gli emigrati sono in posizione socialmente svantaggiata rispetto alla terra di immigrazione; perché sono meno numerosi della popolazione residente; perché gli emigrati parlano lingue diverse (come diversa è la loro provenienza), e si trasferiscono in un paese relativamente omogeneo dal punto di vista linguistico.

Coloro che muovono verso l’Italia e gli altri paesi hanno ogni interesse ad apprendere la lingua del paese d’immigrazione; quanto e come ciò avvenga, e i modi di conservazione della cultura d’origine (e della cultura la lingua è parte essenziale), dipende dal senso d’identità degli individui, dalle loro culture d’origine, dal sistema vigente nel paese d’immigrazione. In poche parole, gli immigrati che arrivano in Italia si adeguano, gradualmente e in misura più o meno piena, all’italiano (fanno eccezione alcune comunità particolarmente chiuse).

Secondo i dati del 1997 gli immigrati in Italia ammontano a circa 1.100.000, su una popolazione di 57 milioni di abitanti. Agli immigrati legali è molto difficile aggiungere la quota dei clandestini, la cui consistenza è, per definizione, mal precisabile. Se è attendibile la stima che ne indica il numero in circa 800.000, allora gli immigrati nel nostro paese si aggirerebbero intorno ai 2.000.000, pari al 3,5% della popolazione complessiva; ma si tratta appunto di una valutazione molto precaria.

Il fenomeno è molto recente, come si ricava dai dati statistici sulla presenza degli stranieri in Italia, e si evolve rapidamente, come mostra questa tabella, ricavata dall’ Enciclopedia geografica Garzanti, Milano, Garzanti, 1995, p. 599:

 

Europa

Africa

Asia

Americhe

Oceania

apolidi

totale

migl. %

migl. %

migl. %

migl. %

migl. %

migl. %

1970

82  61,0

5 3,0

11 8,0

37 26,0

3 2,0

- -

138

1975

113 60,5

9 4,5

15 8,0

45 24,5

3 1,5

1 1,0

186

1980

159 54,0

30 9,0

42 13,0

63 22,0

4 1,5

1 0,5

299

1985

221 52,0

45 10,5

65 15,5

82 20,0

6 1,0

5 1,0

424

1990

262 33,5

238 30,5

146 18,7

128 16,4

6 0,8

1 0,1

781

1991

298 34,5

266 30,8

154 17,8

140 16,2

5 0,6

1 0,1

864

1992

321 34,9

285 30,8

164 17,7

149 16,1

5 0,6

1 0,1

925

1993

364 36,8

288 29,1

173 17,5

157 16,0

5 0,5

0,9 0,1

987

1994

367 39,9

260 28,0

151 16,3

140 15,2

4 0,5

0,8 0,1

922

La tabella non permette di separare coloro che vengono dai paesi ricchi del Nordamerica e dell’Europa occidentale dal resto del mondo; e tuttavia è facile notare come la quota degli europei cresca, in cifre assolute, dagli 82.000 del 1970 ai 159.000 del 1980 per raggiungere i 262.000 nel 1990 e i 367.000 nel 1994. Ma in termini relativi la loro incidenza diminuisce progressivamente, passando dal 61% del 1970 al 54% e al 33,5% del 1980 e del 1990; l’impennata dopo quest’anno, fino al 39,9% del 1994, si deve certamente a immigrati provenienti dall’Europa dell’Est. Molto maggiore è stato, nello stesso periodo, l’incremento assoluto e relativo dell’immigrazione dall’Africa e dall’Asia, a riprova del fatto, ben noto, che la nuova immigrazione investe soprattutto coloro che si sogliono chiamare, eufemisticamente, "extracomunitari", e cioè, alla lettera, cittadini originari di paesi esterni alla Comunità europea.

Per comodità possiamo indicare le provenienze principali degli immigrati presenti in Italia, ripartendole secondo i gruppi linguistici principali e tenendo conto della via prevalente di arrivo in Italia (semplifichiamo una realtà complessa e comunque mal nota; e si ricordi che l’Italia può essere paese di transito per altre destinazioni o viceversa paese di destinazione finale):

  • gli immigrati di lingua araba, che di massima arrivano via mare. Il gruppo in assoluto più numeroso è quello dei marocchini, ai quali si possono aggiungere, perché anch’essi arabofoni, gli algerini e i tunisini. Tra la Sicilia e la Tunisia, separate dallo stretto canale di Sicilia (150 km), i rapporti sono stati sempre assai fitti (in passato, era forte anche la presenza italiana in Tunisia: all’indomani dell’Unità, i 10.000 italiani che vivevano a Tunisi formavano un gruppo più numeroso di tutti gli altri europei messi insieme (Ciasca 1940, 36); e non per nulla provocò una crisi nei rapporti politici tra Italia e Francia l’azione con cui quest’ultima occupò nel 1881 Tunisi e instaurò un protettorato sulla Tunisia, alla quale l’Italia era interessata da tempo);

  • gli immigrati albanesi, dei quali si è già detto;

  • gli immigrati di lingua slava provenienti dalla ex Jugoslavia. Sono presenti soprattutto in Lombardia, in Emilia-Romagna, nel Triveneto, dunque nelle regioni geograficamente più vicine alle località d’origine, dalle quali arrivano attraversando i confini di terra;

  • gli immigrati dai paesi che sono stati colonie dell’Italia, un legame che favorisce la scelta italiana di chi proviene dalla Somalia, dall’Eritrea, dall’Etiopia (non è significativa la presenza di arabi della Libia).

Naturalmente, nell’epoca della globalizzazione il paese è meta d’immigrazione anche per gruppi che provengono da paesi lontanissimi dai confini di terra o di mare, e privi, nel passato, di relazioni significative con l’Italia. Si possono ricordare gli immigrati provenienti dalle Filippine, dallo Sri Lanka, dal Senegal, dal Ghana e dalla Nigeria, da vari paesi dell’America latina. Anche questi immigrati provenienti da paesi lontani in molti casi si imbarcano in un porto del Mediterraneo orientale e raggiungono per mare le coste italiane.

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