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Storia della Lingua Italiana

 

Francesco Bruni

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1. Italia ed emigrazione

Meta d’immigrazione negli ultimi decenni (cap. II par. 2), l’Italia è stata a lungo gran produttrice di emigrati, non di rado sottoposti alla stessa trascuratezza e mancanza di assistenza da parte dei paesi d’immigrazione, che oggi il nostro paese riserva a coloro che lo scelgono come luogo in cui può prender corpo la speranza di una vita migliore. Dagli anni Ottanta del secolo scorso fino alla prima guerra mondiale si produce un vasto movimento migratorio dall’Italia, alimentato dalle regioni settentrionali verso l’Europa e dalle regioni meridionali verso le Americhe e l’Australia. Negli anni 1900-1914 si raggiungono le punte più alte del fenomeno: si supera spesso il mezzo milione di partenze annue, e nel 1913 si raggiunge la cifra di 870.000 emigrati.

Tra le due guerre, l’emigrazione all’estero è frenata dalla legislazione fascista, che si somma alle limitazioni opposte a nuove ondate di arrivi da parte degli Stati Uniti, dove per arginare il fenomeno si richiede che gli aspiranti emigrati mostrino di essere in grado di leggere e scrivere (literacy Act).

Dopo la seconda guerra mondiale, l’emigrazione all’estero, particolarmente europea, riprende in maniera cospicua, per diminuire nettamente negli anni ’70, quando i rientri in patria cominciano a superare le partenze. Poco dopo, comincia il fenomeno inverso, l’immigrazione in Italia.

L’agricoltura e il lavoro nell’industria sono stati gli sbocchi lavorativi accessibili agli immigrati italiani, che in un secondo tempo si sono affermati nel commercio, nella ristorazione, nell’edilizia.

Come gli immigrati in Italia non possono non fare i conti con l’italiano, così gli italiani emigrati acquisiscono, in modi ovviamente variabili, la lingua del paese che li ospita. In linea di massima le comunità italiane all’estero hanno dimostrato una notevole fedeltà alla lingua materna (o, come si dice in inglese, una forte language loyalty).

Sono necessarie, anche senza scendere nel dettaglio, alcune distinzioni. In primo luogo l’emigrazione è alimentata da persone di condizione sociale contadina o comunque popolare (possiamo tranquillamente lasciar da parte la cosiddetta fuga dei cervelli) e perciò con un basso livello di istruzione e un frequente analfabetismo. Quindi tra gli emigrati prevalgono la dialettofonia e l’italiano regionale, mentre la familiarità con l’italiano è scarsa. Si aggiunga poi che l’emigrazione è stata spesso "a sciame", nel senso che verso il medesimo centro straniero si sono concentrati gli emigrati dello stesso territorio. Così, molti abitanti della Lucchesia si sono trasferiti nella California settentrionale (e Pascoli dette precoce espressione letteraria a questo flusso migratorio, al quale dedicò una celebre poesia), dove hanno dato vita a una fiorente attività nel campo della produzione del vino. Analogamente, alla fine dell’Ottocento dalle isole eolie partirono numerosi nuclei familiari che si stabilirono in Nuova Zelanda.

In secondo luogo, la donna, la cui posizione, nell’epoca dell’emigrazione, era circoscritta entro le pareti domestiche (mentre l’uomo era impegnato fuori, per l’attività lavorativa e lo svago), è stata meno esposta all’integrazione, anche linguistica, nel paese di immigrazione, e ha conservato meglio la lingua materna.

Quanto alla lingua dell’emigrazione, si conoscono numerose formazioni che provano l’interferenza nei due sensi, e cioè la proiezione dell’italiano o del dialetto nell’inglese e dell’inglese nell’italiano parlato dagli emigrati.

La formazione di circoli e in genere le forme della vita associata, il senso della famiglia, la vita religiosa sono stati tra i vincoli di coesione anche linguistica delle comunità italiane all’estero, per lungo tempo prive di un’assistenza da parte della patria matrigna da cui erano usciti.

Si può quindi dire, schematicamente, che l’italiano sia stato conservato per un forte senso d’identità (di language loyalty) ma anche per necessità, risultando difficoltoso, per le esigenze lavorative immediate e per il basso livello dell’istruzione, l’apprendimento della lingua parlata nel paese d’immigrazione. In un secondo tempo gli immigrati di seconda o terza generazione, che hanno goduto di condizioni di vita generalmente migliori e di un’istruzione scolastica della quale i genitori erano spesso privi, hanno mantenuto la lingua d’origine per mantenere, come si dice oggi, un rapporto con le proprie "radici", o per riscoprirle: una decisione che consente di passare dalla necessità alla scelta. Ma non si può tacere che nell’emigrazione di data più antica il legame con la madre patria ha finito per affievolirsi e, in molti casi, per scomparire del tutto.

S’intende che quelle che precedono sono delle generalizzazioni che non pretendono di coprire l’infinita varietà dei casi individuali, dell’integrazione nel nuovo paese che qualcuno raggiunge evitando i propri compaesani e cercando rapporti solo con le persone del paese d’immigrazione, o, all’estremo opposto, di chi si rifugia nella comunità dei compaesani all’estero o conduce una vita povera di relazioni sociali. Comunque, tranne casi piuttosto rari, almeno in parte l’emigrato stringe le sue amicizie entro l’ambiente composto da altri emigrati.

Dal punto di vista linguistico, l’emigrazione ha avuto un effetto indiretto sulla madrepatria, perché ha sottratto una quota di dialettofoni all’Italia (De Mauro 1963, 53-63); ma più conta rilevare che attraverso le difficoltà di adattamento e ambientamento cui quasi inevitabilmente va incontro l’emigrato di prima generazione, l’impegno per migliori condizioni di vita si traduce anche in un bisogno di maggiore istruzione per sé o almeno per i propri figli; e le lettere mandate dagli emigrati contenevano spesso l’esortazione alla frequenza scolastica. È efficace anche se un po’ esagerato ciò che affermò un esperto di emigrazione autore di uno studio sull’argomento pubblicato in uno dei tre grossi volumi sulla nuova Italia pubblicati nel 1911 per celebrare i cinquant’anni del Regno: "l’emigrazione ci si presenta come la maggiore amica dell’alfabeto" (Coletti 1911, 257).

Oggi, l’italiano degli emigrati appare destinato a indebolirsi: tanti italiani emigrati negli Stati Uniti nel secolo scorso o nei primi del Novecento di italiano conservano solo il cognome; e dell’emigrazione in Australia, che risale al secondo dopoguerra ed è stata così intensa da assicurare alla nostra lingua il primo posto in quel continente, dopo l’inglese, si è potuto affermare che l’italiano è soprattutto la lingua degli anziani (e cioè della prima generazione di immigrati) e dei loro figli; i quali però l’abbandonano quando lasciano la casa dei genitori sicché, essendosi interrotto il flusso migratorio dall’Italia verso gli altri paesi, Australia inclusa, la perdita della lingua appare inevitabile anche perché, nonostante il multiculturalismo, l’insegnamento scolastico dell’italiano non è mirato agli alunni di famiglia italiana (Bettoni-Di Biase 1991).

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