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Storia della Lingua Italiana

 

Francesco Bruni

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2. L’italiano coloniale

Dunque nella vicenda migratoria i nuovi arrivati accettano la lingua del paese d’arrivo: a meno che i nuovi arrivati non diventino essi i padroni di casa. Ciò è accaduto nell’epoca delle navigazioni transoceaniche e delle scoperte geografiche, nel tempo in cui le spedizioni partite dalla Spagna, dal Portogallo, dall’Inghilterra, dall’Olanda scoprivano popolazioni che, anche quando avevano una cultura raffinata (come gli Aztechi e i Maya del Messico, gli Inca del Perù o gli Ashanti del Ghana), si trovavano in condizioni di svantaggio, se non dal punto di vista del numero, certo per via della forza militare e della spregiudicatezza nell’uso della forza stessa. L’incontro, e lo scontro, avvenivano tra i portatori europei di una cultura più evoluta tecnicamente e popolazioni ignare, come delle armi e, poniamo, della scrittura, così delle malattie portate dagli europei (è il caso degli Indiani d’America).

La posizione di forza degli europei si rifletteva sulla loro lingua; e questo è il motivo per cui l’America settentrionale è di lingua inglese (con una presenza consistente del francese in uno stato del Canada, il Québec), mentre dal Messico all’Argentina si parla spagnolo e, in Brasile, portoghese. All’avventura delle scoperte è tutt’altro che estranea l’Italia con i suoi navigatori, a partire da Cristoforo Colombo; ma essa rimase estranea agli effetti politici e linguistici della scoperta del Nuovo Mondo, perché Colombo e gli altri navigatori italiani operavano per conto di stati stranieri (come si sa Colombo, genovese, trovò credito presso la monarchia spagnola, e in spagnolo sono gli scritti che ci restano di lui).

Nel tempo, dalle scoperte geografiche si passò al dominio coloniale di varie potenze europee nei confronti di popoli e territori degli altri continenti.

Alla fase coloniale l’Italia partecipò tardi, dopo aver raggiunto l’unità politica, quando l’espansione coloniale si concentrava sull’Africa. Nel corso dell’Ottocento, gli europei non si limitarono più a una presenza sulle coste del continente, ma presero a penetrarne l’interno, risalendo lungo i grandi fiumi.

Negli anni Ottanta del XIX secolo l’Italia condusse, con alterne fortune, una politica coloniale che sfociò nella costituzione delle colonie dell’Eritrea (1890) e della Somalia. La grave sconfitta di Adua (1896) bloccò la penetrazione italiana in Etiopia. Nel 1911-12 l’Italia conquistava la Libia, togliendola alla Turchia, e nel 1935-36 la guerra d’Etiopia consentiva la proclamazione dell’effimero Impero dell’Africa orientale italiana.

La politica coloniale di primo periodo coincide nel tempo (sono i decenni a cavallo fra Otto e Novecento) con le massicce ondate di emigrati che, non trovando lavoro in patria, partivano per l’Europa, l’America, l’Australia. Di fatto, si pensava che l’espansione coloniale, prestigiosa per la politica di potenza perseguita da vari paesi europei, ai quali si aggiungeva l’Italia, paese di fresca unità, costituisse un utile sfogo per la manodopera eccedente, che avrebbe potuto trovare impiego, anziché in paesi stranieri, in colonie amministrate dal governo italiano.

Questa tendenza proseguì negli anni del fascismo, durante i quali si limita la libertà di emigrazione (par. 1), ma si continua a considerare le colonie come il modo migliore per risolvere il problema della disoccupazione.

La presenza di un ceto dirigente italiano incoraggiò ovviamente le popolazioni locali ad apprendere, più o meno precariamente, e per via non scolastica, l’italiano. Non mancò tuttavia l’azione della scuola: risulta che nel gennaio 1937, poco prima della seconda guerra mondiale, fu avviato in Eritrea un piano per l’istruzione. Si aprirono in 37 scuole, 26 delle quali di recente istituzione, 112 classi per 4000 alunni dei due sessi; si poteva contare su un numero di insegnanti inferiore a quello delle classi, 71 italiani e 26 eritrei, e si prevedeva un ciclo di quattro anni dedicato all’istruzione elementare e ai lavori manuali e artigianali (si tenga presente che, dal censimento del 1928, risultava in Eritrea una popolazione di 510.000 abitanti). Colpisce che, dei 71 insegnanti italiani, i religiosi fossero ben 55 (Festa 1937, 136). La circostanza non può non far ricordare che a un missionario attivo in Africa a fine Ottocento, il padre Bonomi, si doveva la prima scuola italiana ad Asmara (Ciasca 1940, 51, 62).

All’indomani della seconda guerra mondiale l’Italia perse le colonie; le fu affidata tuttavia nel 1950 l’amministrazione fiduciaria della Somalia per dieci anni. Raggiunta, nel 1960, l’indipendenza, la Somalia è stato il paese nel quale, fra le ex colonie italiane d’Africa, più sensibile è rimasta la presenza linguistica dell’italiano (fenomeno peraltro mal noto). L’università di Mogadiscio (fondata nel 1954) ha, per un certo periodo, funzionato da centro dell’istruzione superiore in Somalia, e adottato come lingua di comunicazione colta l’italiano. Intanto si lavorava per fare del somalo una lingua anche scritta: è del 1972 il decreto che promuove il somalo a lingua ufficiale dello stato. L’anarchia tribale nella quale è precipitata la Somalia nel 1991 ha interrotto la presenza istituzionale dell’italiano in Somalia. Nonostante questa situazione, poco favorevole all’italiano (oltre che, anzitutto, alla popolazione), la conoscenza della nostra lingua è abbastanza diffusa tra i somali e gli eritrei, come risulta anche dagli immigrati in Italia provenienti da quei paesi

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