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Storia della Lingua Italiana

 

Francesco Bruni

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4. Prima dell’Italia unita: la proiezione mediterranea di Venezia

Destinate a essere tagliate fuori dalle rotte transoceaniche, durante i secoli medievali e rinascimentali le repubbliche marinare italiane hanno avuto una posizione importante nel Mediterraneo, in concorrenza tra loro e con città come Barcellona; e le basi commerciali di Pisa, Genova, Venezia, non di rado protette militarmente, hanno irradiato nel Mediterraneo la lingua parlata e scritta; la Sardegna e la Corsica risentirono linguisticamente della presenza diretta di Pisani e Genovesi; e i Pisani parteciparono alle Crociate aprendosi anche in tal modo la via dell’Oriente. La grave sconfitta della Meloria (1284), a opera dei Genovesi, segna il declino della potenza pisana, ormai premuta anche per terra dall’affermazione di Firenze. Quanto a Genova, se ne può ricordare la presenza fino nel Mar Nero e in Crimea, mentre la proiezione orientale di Venezia trova nel Milione di Marco Polo una precoce testimonianza. Le colonie mercantili che si stabilivano sulle piazze commerciali esercitavano un influsso linguistico sull’ambiente circostante, e a loro volta ne erano condizionate. Un fitto scambio di terminologia, specialmente commerciale e marinaresca, si è prodotto così, per secoli, nel Mediterraneo; e nel Mediterraneo orientale questo scambio ha messo in contatto con le popolazioni di lingua romanza arabi, bizantini e turchi.

Di interesse particolare, per la ricchezza storica e perché è il fenomeno meglio documentato e studiato, sono Trieste, l’Istria e la costa della Dalmazia, dal golfo del Quarnaro fino alle bocche di Cattaro (nella Dalmazia meridionale; oggi nella Repubblica del Montenegro, federata alla Serbia) e, più giù, lungo le coste dell’odierna Albania. Al tergestino (il dialetto antico di Trieste) e alla varietà romanza dell’Istria seguiva, lungo una traiettoria di circa 450 chilometri (dall’isola di Veglia a Cattaro) la lunga striscia, discontinua, di una lingua romanza, il dalmatico, parlata nelle isole di Veglia (oggi Krk), Cherso (Kreš), e nelle città costiere di Zara (Zadar), Traù (Trogir), Spalato (Split), Ragusa (Dubrovnik), Cattaro (Kotor).

L’ultimo uomo che parlava dalmatico era un abitante dell’isola di Veglia, e si chiamava Tone Udayna; morì nel 1898, in tempo perché la sua parlata potesse essere raccolta e studiata dal linguista istriano (di Albona) Matteo Bartoli, che nel 1906 pubblicò due volumi, tuttora fondamentali, sul dalmatico (Bartoli 1906). Lasciando da parte le complicate questioni che riguardano questa lingua, priva di tradizione letteraria e mal documentata nelle scritture di fase antica, conviene osservare che queste "isole" dalmatiche (comprendendo nella parola anche i territori di terraferma, discontinui) dovevano fare i conti, per via di terra, con il croato, e per via di mare con il veneziano. Nella sua espansione commerciale (che non poteva andare disgiunta da insediamenti anche militari, consistenti in roccaforti appoggiate dalla marina da guerra), Venezia sovrappose il veneziano sul tergestino e sulle coste istriane e dalmate.

Non è chiaro se il veneziano si sia sostituito al dalmatico, o abbia neoromanizzato popolazioni costiere che avevano già perduto il dalmatico perché ormai slavizzate dai Croati; più precisamente, la risposta varia caso per caso: Ragusa (oggi Dubrovnik) riuscì a evitare, tranne che per il periodo 1205-1358, la dominazione veneziana, e conservò un’indipendenza sostanziale nei confronti degli Slavi e poi dei Turchi. Nel 1472 le autorità locali prescrissero la lingua locale nell’aula del Senato, vietando contemporaneamente la lingua slava (cioè il croato; cfr. Bartoli 1906, I. 221-222); ma alla fine del Quattrocento il dalmatico a Ragusa era ormai scomparso, almeno dall’uso pubblico. Sopravvisse invece a Veglia, come si è detto, fino alla fine dell’Ottocento. Anche i tempi di arrivo dei veneziani e del veneziano sono diversi da luogo a luogo, più precoci a Ragusa e più tardi a Veglia (si veda il profilo sintetico di Zarko Muljacic, in Bec 1971, II. 395-416, alle pp. 402-403 per il punto in questione).

Il bilinguismo slavo-romanzo in Dalmazia è attestato, del resto, in modo esplicito dall’ispettore Giovambattista Giustiniani che per conto della Repubblica di Venezia visitò nel 1553 le basi dell’Adriatico orientale. Attento anche alla lingua, egli osserva che si parla la "lingua franca" a Pirano, Zara, Sebenico, Lesina; per Traù e Spalato aggiunge che gli uomini parlano la lingua franca, mentre le donne conoscono solo lo slavo (Traù: "hanno ben tutti la lingua franca, ma nelle case loro parlano schiavo [slavo] per rispetto alle donne, perché pocche d’esse intendono la lingua italiana, et se bene qualcuna intende, non vuol intendere se non la lingua materna"; Spalato: "tutti li cittadini parlano lingua franca [...] ma le donne non favellano se non la lor lingua materna"; per Ragusa, poi, il Giustiniani afferma che "parlano tutti lingua dalmatica e franca"; a Veglia l’idioma locale sembra all’orecchio del Giustiniani una sorta di gergo ("calmone"), mentre "tutti... forestamente favellano italiano francamente" (traggo queste testimonianze da Vianello 1955). Dunque si ricavano le opposizioni lingua franca / schiavo (Traù e, implicitamente, Spalato); lingua franca / dalmatico (Ragusa); idioma locale / italiano a Veglia; e dalla testimonianza riguardante Ragusa sembra che la denominazione di "lingua franca" equivalga a "lingua italiana". Si tratta della stessa "lingua franca" con la quale i cristiani comunicavano, nei porti mediterranei, con Arabi e Turchi (si veda il par. 5)? Una risposta negativa è più che probabile, come dimostra la convertibilità di "lingua franca" e "lingua italiana"; anche perché una lingua di comunicazione quotidiana per la navigazione e gli affari mercantili tra popolazioni venete da un lato, dalmatiche (o croatizzate) dall’altro sarà stata diversa. Certo, c’è da dubitare del carattere "italiano" di questa "lingua franca"; probabilmente, per "italiano" si deve intendere un italiano fortemente locale, di colore veneziano, che gli uomini di Zara o Traù parlavano con i forestieri con cui avevano contatti più fitti, e dunque con i veneziani o veneti provenienti dalla sponda opposta dell’Adriatico. Di contro al bilinguismo degli uomini, non meraviglia che le donne, escluse dal circuito di siffatte relazioni, conoscessero solo la lingua del posto, il croato. Quanto a Ragusa, questa "lingua franca", probabilmente da intendere di nuovo come un italiano regionale veneto, si mette in correlazione con la "lingua dalmatica": uscito ormai dagli usi pubblici ancora raccomandati nel secolo precedente, il dalmatico sopravviveva forse nelle situazioni colloquiali di tipo privato, informale, come si può indurre dalla parabola sociolinguistica disegnata generalmente da un idioma declinante, in via di marginalizzazione e poi di scomparsa definitiva.

Questa interpretazione è rafforzata dalla testimonianza di Francesco Sansovino (1607), il quale scrive: "Quanto alla lingua, ogni giovane [maschio] sa per ordinario la lingua italiana, che essi [gli abitanti di Ragusa] chiamano Franca: ma fra loro usano solamente la propria e materna... Conducono [invitano, ingaggiano] parimente ogni anno un Predicatore eccellente, il quale predica solamente agli uomini, e questo perché predicando egli in lingua italiana, le donne non lo sanno intendere, come quelle che non sanno la lingua" (da Vianello 1955, 68 n. 17; cfr. inoltre Folena 1968-70, 252): dagli studi moderni risulta infatti che la predicazione, sia pure con le inevitabili inflessioni locali dipendenti dall’origine e dai luoghi di formazione del religioso, era fortemente orientata verso il toscano e quindi verso l’italiano. Ed è ovvio che a una competenza passiva capace d’intendere un italiano anche fortemente toscaneggiato corrispondesse una competenza attiva marcatamente locale.

Resta da verificare la suggestiva ipotesi di un veneziano coloniale o de là da mar, forse interferito dal dalmatico e forse più conservativo del veneziano di Venezia e insomma arcaizzante, come avviene spesso nelle situazioni di distacco e lontananza dalla madrepatria (Folena 1968-70).

Certo è che i veneziani avevano rafforzato decisivamente le loro posizioni nel Mediterraneo orientale in occasione della IV Crociata (1200) (mappa animata - Flash) che, invece di muovere verso la Terra Santa, finì per dirigersi contro l’Impero d’Oriente. La spedizione, composta da francesi e italiani, conquistò Costantinopoli e molti territori bizantini. I veneziani, artefici di questo esito politico assai singolare, che stravolse l’idea (e la pratica) della Crociata, ottennero un quartiere in Costantinopoli, buona parte delle coste della Morea (cioè della penisola del Peloponneso), e alcune isole dell’Egeo. La riscossa dell’Impero d’Oriente, appoggiato tra l’altro dai Genovesi, rivali dell’espansione veneziana, avvenne nel 1261, quando crollò la costruzione dell’Impero latino d’Oriente. Ma restarono sotto il controllo di Venezia le isole dell’Egeo.

Dunque, in età medievale e fino a tutto il Seicento la presenza veneziana nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale in genere resta forte, anche se la Repubblica deve fronteggiare l’espansione ottomana, in un susseguirsi di periodi di scontri armati e di altri in cui riesce al Senato di tutelare in modo pacifico i propri interessi. Ancora nel XVII secolo i veneziani sono a Candia (Creta), che devono abbandonare nel 1669, dopo 25 anni di guerra. La conquista di Candia è l’ultima impresa espansiva dei Turchi (che nel 1683 arrivano ad assediare Vienna, ma sono sconfitti dagli asburgici grazie al decisivo aiuto di un esercito polacco guidato dal re Giovanni Sobieski).

Se non si tiene conto della stabile presenza veneziana de là da mar non si spiega la nascita di scrittori come Ugo Foscolo e Niccolò Tommaseo, rispettivamente nell’isola greca di Zante (Zacinto) nello Ionio e a Sebenico in Dalmazia. In Dalmazia, nel seminario di Spalato, entrambi fecero i loro primi studi (l’uno nel 1784-8, nel 1811-4 l’altro), prima di muovere verso occidente e i centri della cultura italiana, Venezia prima e poi Milano e Firenze.

A cavallo tra Otto e Novecento non è ovvia, ed è un segno dei tempi, la decisa scelta per l’Italia e per la lingua, la cultura, la letteratura italiana di scrittori triestini come Umberto Saba e Italo Svevo, nati e vissuti, nella prima parte della loro vita, in una città ancora compresa nell’Impero austriaco degli Asburgo.

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