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Storia della Lingua Italiana

 

Francesco Bruni

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5. Gli scambi linguistici nel Mediterraneo e la lingua franca.

Come le Alpi, così questo Mediterraneo solcato da navi mercantili e da navi da guerra funziona non da confine ma da continua rete di scambio nei tanti nodi segnati dai porti: scambio linguistico oltre che commerciale. Il veneziano ha assunto tanta terminologia marinara dal bizantino (Cortelazzo 1970); e a sua volta ha contribuito, insieme con il greco bizantino, alla terminologia marinara turca. La potenza militare turca, infatti, in origine esclusivamente terrestre, nel XV secolo prende a svilupparsi anche sul mare, specialmente in seguito alla conquista di Costantinopoli (1453). Anche dopo che furono assoggettati, i Greci continuarono a essere attivi, per conto dei nuovi padroni, nelle costruzioni navali, e aveva lavorato nell’arsenale di Venezia l’artigiano-ingegnere che costruì le galee con le quali i Turchi nel 1499, presso Lepanto, inflissero la prima sconfitta alle navi veneziane (allo stesso modo, erano generalmente opera di tecnici tedeschi le temibili, enormi bombarde con cui i Turchi diroccavano le mura delle città). Se i Greci insegnarono ai Turchi l’arte della pesca e della navigazione costiera, per le grandi navi da combattimento e per l’artiglieria navale i Turchi andarono a scuola dai loro nemici italiani; e anche la terminologia commerciale turca è debitrice alle repubbliche marinare.

Una vasta indagine sulla terminologia navale turca ha messo in rilievo l’apporto terminologico veneziano (H. e R. Kahane - Tiezte 1958); successivamente, i risultati di questa ricerca sono stati messi parzialmente in questione dal Vidos, che ha assegnato una parte di quelli che i Kahane e Tiezte hanno giudicato venezianismi ad altri volgari romanzi (il genovese, il francese, lo spagnolo, il catalano, il portoghese) e no (l’olandese, l’inglese). Il ruolo del veneziano, comunque, resta importante (Vidos 1961, e altri studi raccolti in Vidos 1965; ma cfr. per "galea" Folena 1968-70, 237-238 n. 24, che ribadisce il ruolo del veneziano).

Per questo intenso scambio tra lingue diverse ma in contatto fra loro i Kahane e Tiezte hanno usato, in un’accezione un po’ troppo estensiva, il termine di lingua franca. La circostanza consente di menzionare questo idioma alquanto sfuggente, nel quale hanno parte gli apporti linguistici italiani (parola con la quale intendiamo piuttosto, in questo caso, il contributo di Venezia e di altre repubbliche marinare).

La spedizione francese mandata nel 1830 a occupare Algeri - è l’inizio della colonizzazione francese dell’Algeria, che si sarebbe protratta fino al 1962 - si mosse in compagnia di un Dictionnaire de la langue franque ou petit mauresque, suivi de quelques dialogues familiers et d’un vocabulaire de mots arabes le plus usuels; à l’usage des Français en Afrique, Marseille, 1830 (Dizionario della lingua franca o piccolo moresco, con alcune conversazioni pratiche e un vocabolario delle parole arabe più comuni, al servizio dei Francesi in Africa; cfr. Schuchardt 1909, 455). Veniva così alla luce un idioma alquanto misterioso, usato dai secoli medievali nel Mediterraneo come mezzo di comunicazione tra cristiani di lingua romanza da un lato, arabi e poi turchi dall’altro: lisan al-afrang o lisan al-farang, in arabo, cui corrispondono "lingua franca" (o lingua sabir) in italiano e denominazioni equivalenti nelle lingue romanze; una designazione in cui i Franchi - i primi cristiani d’Europa con cui si incontrarono gli arabi in occasione delle crociate - valgono per indicare gli europei nel loro insieme. Lo Schuchardt definì la lingua franca una "lingua di comunicazione costruita con lessico romanzo" ("aus romanischen Wortstoff gebildete Vermittlungssprache"; Schuchardt 1909, 441), e ne dette uno schizzo che risale all’indietro nel tempo, rispetto alla tardiva documentazione offerta dall’operetta pubblicata nel 1830.

Lingua di servizio, limitata negli scopi e nel ventaglio comunicativo, la lingua franca sarà stata certo mutevole nel tempo e nello spazio, essendo priva di qualunque codifica; e di conseguenza il materiale lessicale romanzo (principalmente italiano - di nuovo nell’accezione precisata sopra - e spagnolo) sarà stato anch’esso mutevole. Ma il principio di funzionamento ne fu relativamente stabile, perché dipendente da processi di semplificazione largamente presenti in simili formazioni comunicative (basti tornare a ciò che si è osservato nel cap II par. 3 a proposito dell’italiano degli immigrati): anzitutto l’uso dell’infinito e del participio in luogo delle forme flesse del verbo, accompagnato da contrassegni che rendano significante la semplificazione: mi andar, mi sentir ‘(io) vado, (io) andai’, ‘(io) capisco, (io) capii’; mi andato, mi sentito ‘(io) sono andato, (io) ho capito’ (e si noti il mi soggetto, in luogo di io, tipico dei dialetti settentrionali e in particolare del veneto e del veneziano); per il futuro, supplisce il presente, espresso con l’infinito, o una semplice perifrasi con "bisogno": bisogno mi andar ‘(io) andrò’. Il pronome personale, oggetto diretto o indiretto, è retto dalla preposizione "per": mi mirato per ti ‘(io) ti ho visto’, mi ablar per ti ‘(io) ti dico’ (dallo spagnolo hablar ‘parlare’). I verbi di significato astratto sono usati in accezione concreta o genericizzata: accanto a fasir, cunciar ‘fare’: cosa cunciar? ‘che facciamo?’; cunciar pace, una casa ‘far pace, costruire una casa’. L’ampliamento dei significati consente di sfruttare intensivamente la medesima parola, come bono (Schuchardt 1909, 445). A quanto pare, nel Mediterraneo centro-orientale la lingua franca ha un colore più spiccatamente italiano (e cioè veneziano e genovese); nel Mediterraneo occidentale prevale il contributo spagnolo. Il fatto che nell’interscambio linguistico tra parlanti una lingua romanza e l’arabo o il turco si sia affermata la semplificazione di una varietà romanza non rispecchia rapporti di potere, perché in lingua franca comunicano con i cristiani fatti prigionieri dai Turchi, ridotti in schiavitù e portati in Africa, i loro padroni; e proprio perciò epicentro della lingua franca diventò Algeri, nominalmente sotto la signoria ottomana, in realtà città largamente autonoma, albergo di corsari che rapivano cristiani riducendoli in schiavitù, in attesa di un eventuale riscatto (tale fu la sorte di Cervantes, prigioniero in Algeri dal 1575 al 1580). Pare che intorno al 1600 25.000 schiavi cristiani vivessero in Algeri (Schuchardt 1909: 451).

Nel tempo della spedizione francese contro Algeri, risulta che in quella città la lingua franca fosse di colorito prevalentemente ispanico; maggiore il contributo italiano nella lingua franca di Tunisi, dove gli Italiani erano numerosi (cap. II par. 2); fatto sta che, pur in una lingua così economica e ridotta, affiorano doppioni italo-spagnoli: parlar e ablar, testa e cabessa, piou ‘più’ e mas, parola e palabra (Schuchardt 1909: 455-456).

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