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Storia della Lingua Italiana

 

Francesco Bruni

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1. Le "penisole" linguistiche: ancora sulla situazione linguistica dei confini di terra

Fenomeno dei nostri anni, le migrazioni hanno segnato in profondità la storia dei tempi remoti: grandi movimenti demografici hanno influenzato la costituzione stessa dell’Europa antica, al tempo degli Indoeuropei (cap. I par. 2); e avremo modo di soffermarci sulle invasioni germaniche, che in modo più diretto hanno contribuito a formare l’Europa moderna. Non si spiegherebbe, poi, che in vari territori e centri italiani si parlino lingue diverse dall’italiano, se non si tenesse conto delle conseguenze durevoli, anche di tipo linguistico, determinate da antichi flussi migratori e da quella forma particolare di migrazione che è l’insediamento coloniale. Hanno la loro radice in queste situazioni le cosiddette lingue minoritarie presenti in Italia.

In varie trattazioni la tematica delle lingue minoritarie abbraccia alcune regioni linguistiche nelle quali si è prodotta, come nelle altre parti dell’Italia e anzi della Romània, la consueta evoluzione dal latino a un idioma romanzo. È un’istanza di riconoscimento avanzata in particolare per il friulano e per il sardo, e motivata dalla distanza linguistica rispetto all’italiano nazionale (peraltro non esclusiva di questi due idiomi, essendo numerosi i dialetti italiani che divergono profondamente dalla lingua) e da un sentimento di identità linguistica piuttosto pronunciato. Poiché nel linguaggio comune il termine "dialetto" è generalmente associato con situazioni segnate dall’arretratezza e dall’ignoranza, e in fondo anche in sede scientifica la parola, per quanto sia usata in modo neutro, descrittivo, finisce per contenere entro di sé l’accezione di idioma definito per via differenziale dalla "lingua" (alla quale si attribuisce un maggior prestigio sociale e culturale, perché dotata di una più ampia diffusione, di una tradizione scritta ed eventualmente di un riconoscimento ufficiale da parte dello stato), individui e gruppi portatori di un dialetto rivendicano spesso a quest’ultimo lo statuto della lingua. È impossibile accogliere tale rivendicazione, se per lingua si intende un idioma la cui frammentazione orale sia compatibile con una tradizione scritta almeno relativamente omogenea, che si fondi sull’accettazione condivisa di una delle varietà nelle quali, inevitabilmente, sono a loro volta divise le regioni linguistiche del Friuli e della Sardegna (ed è una definizione minimale di "lingua", che non tiene conto, appunto, del riconoscimento legale dello stato, con le sue conseguenze sul piano della lingua in uso per i rapporti fra gli organi dello stato e i cittadini, per l’istruzione, per l’amministrazione della giustizia nei tribunali, e così via). Per ridurre entro limiti ragionevoli una questione che non è puramente nominalistica, i linguisti parlano spesso del friulano e del sardo come di "lingue minori". In questo capitolo non ci occuperemo di queste due varietà, che comunque rientrano nel variegato panorama linguistico nazionale, per concentrarci sulle situazioni legate a fenomeni migratori, anche in accezione coloniale.

Lingua minoritaria si può considerare il tedesco in Alto Adige. Si è ricordato (cap. I par. 4) come si sia formato il confine del Brennero; consideriamo ora la situazione linguistica di quel territorio, coincidente con la provincia di Bolzano, che in italiano si chiama "Alto Adige" (dal corso e dalla vallata superiore del fiume omonimo), e in tedesco Südtirol, e cioè Tirolo meridionale. Le due denominazioni coprono la stessa realtà geografica, ma la prima riflette una prospettiva italiana, perché mette in rilievo il bacino superiore dell’Adige, ricollegandosi al corso inferiore del medesimo fiume; la seconda, invece, rispecchia il punto di vista austriaco del Tirolo (Tiralli nella Divina Commedia, Inf. XX 63), che è una provincia (Bundesland) austriaca, con capoluogo Innsbruck.

Sui 450.000 abitanti della provincia di Bolzano, circa 280.000 sono di lingua tedesca, e 150.000 di lingua italiana (rispettivamente il 62% e il 33%; 20.000, pari al 5%, sono attribuiti al gruppo ladino). Dunque il gruppo tedesco, minoritario in Italia, è maggioritario in Alto Adige; e la posizione del gruppo di lingua italiana varia di conseguenza. Accordi precisi tra Italia e Austria regolano le relazioni dei due gruppi principali e dei ladini: sulla base di una dichiarazione con cui ogni cittadino dichiara la propria appartenenza a uno dei tre gruppi, si determina la quota dei posti di lavoro riservata dalle amministrazioni pubbliche ai gruppi stessi; e anche l’istruzione parte dalla lingua materna degli alunni, e destina molto spazio all’altra lingua.

La situazione del tedesco in Alto Adige è particolarmente forte perché non c’è soluzione di continuità, come si è già detto (cap. I par. 4), tra il tedesco parlato in Alto Adige - Tirolo meridionale e il tedesco parlato in Austria. Nell’attuale provincia di Bolzano, dopo la romanizzazione, la germanizzazione risale al secolo VII, per effetto del generale ritrarsi della frontiera latina e poi romanza sotto la spinta germanica da Nord verso il sud; più precisamente, i Bavaresi (dei quali i Tirolesi sono un sottogruppo), si spinsero nella regione, contrastando con i longobardi di Trento. Peraltro, un italiano di colore veneto e lombardo è endemico in Alto Adige, e risale a epoca antica: se l’artigianato vedeva il predominio del gruppo germanico, erano di origine italiano-settentrionale, e venivano dalle due regioni ora nominate e da Trento, i commercianti e i servi; consistente anche, dal XV al XVIII secolo, la presenza dei muratori e dei tagliapietra (i maestri comacini ticinesi). Ancora nel XVII secolo la chiesa altoatesina è di lingua italiana e ladina, mentre la scuola è in tedesco (Zamboni, in Coletti-Cordin-Zamboni 1995, 58-116). Durante gli anni del fascismo, il governo italiano favorì insediamenti italiani soprattutto nelle città (di qui la crescita di Bolzano).

Dal secondo dopoguerra, il gruppo tedesco dell’Alto Adige ha una solida organizzazione politica, ed è appoggiato dall’Austria. È da aggiungere, su un piano strettamente linguistico, che nella valle dell’Adige si parlano dialetti tirolesi, una varietà abbastanza lontana dal tedesco standard (che ha per base il cosiddetto Hochdeutsch [alto-tedesco], e cioè la varietà parlata in un ampio territorio della Germania meridionale, prevalentemente montuosa, da cui il nome [che non si riferisce ai punti cardinali]), sicché il gruppo di lingua tedesca non maneggia con molta disinvoltura il tedesco standard, di cui si serve per l’uso scritto; in compenso, acquisisce l’italiano con relativa facilità. Quanto al gruppo italiano, la presenza di dialetti italiani è debole; una certa difficoltà deriva dall’apprendimento del tedesco perché, per motivi facilmente comprensibili, gli italiani si concentrano sul tedesco standard piuttosto che sulle varietà locali (si veda la sintesi recente di Telmon 1994, 931-2).

È tutelata dai trattati internazionali stipulati dall’Italia con la Jugoslavia, e ora ereditati dalle repubbliche che ne hanno preso il posto, la minoranza slovena di Trieste e provincia, dove lo sloveno, potendo contare sull’appoggio della scuola e sull’uso pubblico (dai mezzi di comunicazione all’amministrazione della giustizia) è sullo stesso piano dell’italiano come lingua colta, affiancato dallo sloveno come lingua quotidiana e dalle varietà dialettali. Una tutela analoga non è prevista per la minoranza slovena residente nelle province di Gorizia e di Udine, nelle quali lo sloveno ha perciò un ruolo sociolinguistico depresso, subalterno all’italiano e anche al friulano. La comunità slovena risale al X secolo.

Le due minoranze ora nominate sono stanziate, come si è detto, sui territori contigui dell’Austria e della Slovenia; alla contiguità fisica si aggiunge il fatto che, oltreconfine, la lingua della minoranza ha corso ufficiale, essendo quella corrente nei paesi ora menzionati.

In realtà, parlare di bilinguismo, a proposito di questi territori, è una semplificazione, per un motivo generale e per uno particolare. Il primo consiste nel passaggio dall’oralità alla scrittura, con tutti gli adattamenti e le strategie che quest’ultima comporta; il secondo dipende dalla concreta varietà linguistica viva nel territorio. Il tedesco parlato in Alto Adige, si è già detto, non coincide con la varietà che sta a fondamento del tedesco standard, sicché si può arrivare al trilinguismo se, con l’italiano, si considerano varietà diverse il tirolese e l’alto-tedesco; e una situazione analoga vale per le parlate provenzali e francoprovenzali dell’arco alpino occidentale, che non coincidono con il francese (cap. I par. 3). Ne deriva che, in una situazione da indagare caso per caso (vedi Francescato 1993; Telmon 1994), il repertorio linguistico delle comunità comprende spesso più di due varietà, in variabile rapporto di prestigio, dipendente ovviamente anche dallo studio scolastico e dalla circolazione pubblica, che contribuiscono al prestigio della lingua minoritaria (è eloquente il diverso rango dello sloveno a Trieste da un lato, a Udine e Gorizia dall’altro).

Anche il ladino altoatesino è protetto dalla legislazione locale, e ciò garantisce agli esponenti del gruppo ladino che vivono sul massiccio del Sella, in Val Marebbe e in Val Gardena uno spazio scolastico e un riconoscimento ufficiale (per esempio nei toponimi, trilingui: italiano, tedesco, ladino) di cui sono privi i ladini presenti nelle province di Trento e Belluno. È da notare che l’autonomia del ladino, sostenuta da vari linguisti e dalle popolazioni interessate, è molto ridimensionata da chi, come Giovan Battista Pellegrini, ne sostiene la scarsa individualità linguistica e considera il ladino alla stregua di una parlata alpina, che conserva condizioni linguistiche arcaiche di contro ai più innovativi dialetti della pianure (Pellegrini 1970).

Allo stesso modo, la situazione di bilinguismo italo-francese vigente in Val d’Aosta dà luogo a un repertorio linguistico che è stato schematizzato (Telmon 1994, 928) nel modo seguente:

Livello alto

Italiano

Livello medio

Patois francoprovenzale

Livello basso

Dialetto piemontese


Invece, la mancanza di riconoscimento pubblico nelle vallate francoprovenzali del Piemonte si traduce in una figura molto diversa:

Livello alto

Italiano

Livello basso

Patois franco-provenzale -
Dialetto piemontese

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