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Storia della Lingua Italiana

 

Francesco Bruni

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2. Le "isole" linguistiche

Mentre la condizione dell’Alto Adige è quella di una "penisola che si protende e si allunga su suolo italiano" (Pellegrini 1984, 17), diversa è la situazione di quelle minoranze che sono separate territorialmente dalla madrepatria. Per restare nell’ambito dei gruppi linguistici già menzionati, questo è il caso dei numerosi, piccoli insediamenti di lingua germanica disseminati sull’arco alpino e subalpino: dai paesi di lingua alemannica intorno al Monte Rosa (Gressoney, nota soprattutto per motivi turistici, Macugnaga e altri) a quelli della varietà bavaro austriaca disseminati in Trentino (Luserna), in Veneto (la Lega dei sette comuni dell’altopiano vicentino di Asiago, e la Lega dei tredici comuni veronesi nella Lessinia). I comuni dell’altipiano di Asiago sono impropriamente chiamati cimbri (dall’antica popolazione germanica sconfitta da Mario nel 101 a. C.): è una pretesa, assai comune in casi siffatti, di far risalire le proprie origini alla remota antichità. In realtà, i cosiddetti comuni cimbri risalgono, come gli altri, all’età medievale. Da ricordare anche la varietà pustero-bavarese di Sappada, in Veneto, e di Sauris in Friuli. Relitto di una rete di insediamenti un tempo più fitta, la vitalità della parlata germanica, ridotta generalmente a un uso solo quotidiano e orale, è oggi declinante in buona parte dei comuni ricordati, e di altri che si sarebbero potuti aggiungere.

Sono isolate

  • le minoranze croate stanziatesi nel XV secolo, sotto la pressione dei turchi che risalivano la penisola balcanica, nel Molise: si tratta dei paesi di Acquaviva Collecroce, San Felice Slavo e Montemitro (in provincia di Campobasso). Questi paesi sono il residuo di colonie un tempo molto più fittamente presenti nell’entroterra adriatico, dalle Marche alla Puglia, formate nel XV secolo dai croati dell’altra sponda dell’Adriatico, stabilitisi in Italia sotto l’incalzare dell’espansione turca che risaliva da sud a nord lungo la penisola balcanica;

  • le minoranze franco-provenzali di Faeto e Celle, in provincia di Foggia. L’origine delle migrazioni è di natura religiosa: a quanto pare, alla fine del sec. XIV due colonie valdesi si stabilirono in quei paesi, muovendo "dall’area franco-provenzale cisalpina o transalpina" (Pellegrini 1977, 53). Oltre che isolate dalla madre patria per via della discontinuità territoriale, le colonie di questo tipo sono portatrici di una lingua che non ha corso ufficiale;

  • la minoranza provenzale di Guardia Piemontese (in provincia di Cosenza), composta anche in questo caso da una colonia valdese di lingua provenzale "i cui abitanti sembra provengano da Bobbio in Val Pellice (trapiantatisi [...] forse nel sec. XV)" (Pellegrini 1977, 53).

Nel territorio italiano sono presenti ancora altre isole linguistiche, formatesi per motivi storici diversi:

  • sono di lingua albanese (arbëresh) vari paesi sparsi nell’Italia centromeridionale e in Sicilia: Villa Badessa (comune di Rosciano, in provincia di Pescara); Ururi (Campobasso); S. Paolo di Civitate (Foggia); S. Marzano di San Giuseppe (Taranto); S. Costantino Albanese, S. Paolo Albanese (Potenza); Greci (Avellino [l’insediamento albanese si stratificò su un paese bizantino; di qui il nome]); Falconara Albanese, S. Caterina Albanese, S. Demetrio Corone, S. Giorgio Albanese, Vaccarizzo Albanese, Spezzano Albanese, S. Sofia in Epiro (Cosenza); S. Nicola dell’Alto (Catanzaro); Piana degli Albanesi (Palermo) (si veda il cap. II par. 2; e si tenga presente Pellegrini 1977, 46 n.);

  • sono di lingua greca alcuni centri della Calabria meridionale e del Salento (la subregione pugliese a sud di Taranto-Brindisi): Bova, Condofuri, Gallicianò, Amendolea, Roghudi, Roccaforte (in provincia di Reggio Calabria); Calimera, Corigliano, Castrignano, Martano, Melpignano, Martignano, Soleto, Sternatia, Zollino (Lecce);

  • è di lingua catalana Alghero (in Sardegna, prov. di Sassari). In età medievale i Catalano-Aragonesi condussero una politica di espansione nel Mediterraneo, in gara con Venezia, Genova e Pisa. Nella direttrice dell’imperialismo catalano-aragonese, che tendeva verso il Mediterraneo orientale e l’Oriente, erano comprese le Baleari, la Sicilia e ovviamente la Sardegna, che tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo i Catalano-Aragonesi strappavano ai Pisani. Nel 1354 Pietro III d’Aragona entrava, dopo un assedio di quasi sei mesi, in Alghero, da cui cacciava la popolazione indigena per insediarvi una colonia catalana. Da allora, ad Alghero si parla una varietà di catalano, esposta ovviamente a influssi sardi, e successivamente castigliani e italiani (Nadal - Prats 1982, 441-447 e, per la situazione odierna, Grossmann - Lörinczi Angioni 1980).

Proprio la lingua (o più esattamente lo studio dei dialetti e dei nomi di persona e di luogo) rivela che si verificarono in passato alcune migrazioni dall’Italia settentrionale, probabilmente dal Piemonte, in Sicilia e in Basilicata: a S. Fratello e Novara (Messina), Piazza Armerina e Aidone (Caltanissetta), Nicosia e Sperlinga (Catania). A quanto pare, gli insediamenti risalgono all’epoca della conquista normanna della Sicilia e al periodo svevo (XII-XIII secolo), e sono composti da un nucleo proveniente dal Monferrato al quale si aggiunsero individui e gruppi da altre regioni settentrionali (Varvaro 1981, 185-196).

Anche a Tito, Picerno, Pignola, Vaglio (Potenza) e in parte nella stessa Potenza, fenomeni linguistici di tipo settentrionale, cui i dialetti locali sono assolutamente estranei, attestano che anticamente (in epoca normanna e angioina) si verificarono migrazioni di cui non si ha quasi traccia nei documenti storici (De Blasi 1992, 720-3 e 1994, 27-34).

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