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Storia della Lingua Italiana

 

Francesco Bruni

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3. Gli insediamenti albanesi in Italia

Nuove minoranze che parlano lingue diverse dall’italiano si stanno costituendo nel nostro paese per effetto delle recenti ondate immigratorie, anche se mancano finora quelle forme di organizzazione associativa che permettono agli immigrati di qualificarsi come gruppo relativamente omogeneo e non come un semplice insieme di individui. Invece, sotto l’azione omogeneizzatrice dell’italiano, molte delle comunità alloglotte tradizionali si sgretolano, a meno che non siano dotate di un forte senso di identità e sorrette da una legislazione che le tuteli. In passato, dall’area molto più ampia di quella odierna su cui erano sparsi gli insediamenti croati, vennero iniziative importanti. Uscì in epoca controriformistica, nel 1649-51, il primo dizionario latino-italiano-croato pervenuto, che doveva servire ai Gesuiti attivi nella Croazia: era opera del gesuita Giacomo Micaglia, nativo di Peschici (nel promontorio del Gargano), il quale si definiva slavo di lingua, italiano di nazionalità e originario, appunto, di Peschici (Coluccia 1992, 703). Ora, nel dialetto moderno di Peschici sono stati individuati croatismi che autorizzano a giudicare quel centro una colonia slava poi sommersa (Rohlfs 1958). Dunque l’insediamento croato in Italia dava la nascita a un religioso pronto a utilizzare la propria conoscenza della lingua per collaborare a un’iniziativa che dalla colonia tornava alla madrepatria.

Diversamente dalle colonie slave, in gran parte riassorbite dall’ambiente linguistico circostante, le numerose isole albanesi hanno mostrato una grande vitalità. Anche l’albanese d’Italia (arbëresh) è in declino, ma in realtà c’è da meravigliarsi che quei piccoli centri abbiano conservato la lingua per secoli. La presenza di comunità albanesi che parlano la lingua materna e quella del posto è notata in un rapporto sulla situazione religiosa della Calabria scritto nel 1654-59:

  • Vi sono molti casali tutti ripieni d’Albanesi. Gente anch’essa per lo più vile e da fatica, la quale usa il linguaggio suo proprio, ma ragiona [parla, comunica] ancora coll’ordinario. Al tempo dei Re d’Aragona molte famiglie fuggendo la tirannia del Turco quivi si trasportarono ad abitare (Librandi 1992, 776).

  • Come con gli altri popoli dell’altra sponda adriatica (dalmati e greci), così con gli albanesi le relazioni sono state sempre fitte. All’indomani dell’indipendenza albanese (1913), l’Italia occupò Valona dal 1914 al 1920; negli anni del fascismo, poi, esercitò una sorta di protettorato sul paese. Queste relazioni sono riprese, e anzi scoppiate, subito dopo la caduta del regime comunista (cap. II par. 1). In realtà, l’Italia unita ereditava la presenza veneziana in Albania, ben più antica (considerazioni analoghe valgono per gli insediamenti veneziani sulle coste della Dalmazia e in Grecia): risale al XV secolo l’occupazione di alcune città, tra le quali Valona. È questo il tempo dell’inesorabile risalita turca lungo i Balcani, in direzione di Vienna: la caduta di Costantinopoli del 1453 non è che l’episodio più noto ed emblematico di un’avanzata che sarebbe stata arrestata solo nel 1683, sotto le mura di Vienna (seguì poi il lungo declino della potenza turca). In questo periodo l’espansione turca si dirige anche contro le aspre regioni montuose dell’Albania, trovando però una forte resistenza e subendo numerose sconfitte dalle popolazioni albanesi, animate da forte spirito indipendentistico e organizzate dal valoroso Giorgio Castriota, detto Skanderbeg (da analizzare come Skander-beg, e cioè bey Alessandro; bey ‘signore’ è il nome di un’alta autorità ottomana; è sbagliata la scrittura Skanderberg che, frequente negli studi, non solo italiani, che parlano del personaggio, equivale a una sorta di singolare germanizzazione del nome). Albanese e quindi cristiano e allevato a Istanbul nella religione musulmana, Skanderbeg tornò nel suo paese e al cristianesimo.

    La resistenza incontrata dai turchi nella penisola balcanica era incoraggiata in Italia; e appoggiarono Skanderbeg Alfonso d’Aragona re di Napoli e il papa. Lo Skanderbeg, che fu anche in Italia, animò la resistenza fino al 1468, l’anno della sua morte. Scomparso lui, l’Albania entrava a far parte del dominio turco, e dal porto di Valona, ormai controllato dai turchi, partivano, nel 1480, la flotta e gli armati che sarebbero sbarcati in Puglia e avrebbero conquistato Otranto, facendo strage degli abitanti e occupando per un anno abbondante la città salentina, prima di esserne ricacciati.

    A queste fitte relazioni quattrocentesche risalgono gli insediamenti albanesi nell’Italia meridionale: la relazione del 1654-59 citata di sopra allude appunto alla fuga dalla dominazione turca (che è anche alla base delle colonie croate). Si sa che nel 1461 Ferdinando (Ferrante) d’Aragona chiamò lo Skanderbeg nel Regno meridionale perché l’aiutasse a sedare un contrasto interno al suo regno (non è invece documentato l’albanese Demetrio Reres che, secondo una tradizione spesso ripetuta, ma probabilmente infondata, sarebbe stato chiamato con i suoi uomini da Alfonso d’Aragona re di Napoli, padre di Ferrante, per reprimere un’insurrezione in Calabria (Petta 1996, 14-17).

    Quanto a Venezia, una rete di alleanze le era essenziale a Venezia per contrastare l’avanzata turca, sicché la Repubblica aveva appoggiato Scutari, una delle città albanesi che si opponevano alla conquista ottomana. Quando, nel 1479, Venezia e la Turchia fecero la pace (che era poi la premessa perché la spinta espansionistica turca si volgesse, l’anno seguente, contro Otranto), quegli degli abitanti di Scutari che erano sopravvissuti (450 uomini e 150 donne) a un assedio dei turchi, trovandosi privi del sostegno veneziano, si rifugiarono nel territorio della Repubblica e trovarono sistemazione presso Gradisca (Babinger 1957, 549-552).

    La presenza albanese nell’Italia quattro-cinquecentesca dipende dalla disponibilità albanese a servire come mercenari. Erano infatti combattenti audaci e spietati, che si organizzavano in bande alimentate dai membri della tribù. Armati alla leggera, gli stradioti (dal greco stratiotes ‘soldato’) erano cavalieri mercenari armati alla leggera, veloci negli assalti, efficaci nelle scorrerie e perciò apprezzati da chi li ingaggiava. Provenivano per lo più dalla penisola del Peloponneso (allora detto Morea), dove gli albanesi si erano stabiliti in buon numero (del resto, la Grecia è tuttora, per motivi ovvi, una delle mete dell’emigrazione albanese).

    A gara la repubblica di Venezia e il Regno di Napoli mandavano emissari per arruolare albanesi; mentre nel territorio veneto non rimasero insediamenti stabili (ma a Venezia un piccolo edificio è intitolato alla Scuola [‘associazione’] degli Albanesi), nel regno meridionale i capi albanesi ricevettero concessioni di terre, cui si collegano in qualche isole le isole albanesi di oggi. Ai compensi territoriali legati a queste circostanze risalgono le prime colonie albanesi; ma gli insediamenti continuarono anche in seguito, fino al XVIII secolo: i signori feudali del Meridione, infatti, più volte invitarono gruppi di albanesi a insediarsi sui monti dell’Appennino (sugli stradioti si veda Petta 1996).

    La relazione seicentesca già citata attesta che la posizione sociale delle colonie albanesi nel Meridione era assai modesta ("gente... per lo più vile e da fatica"). La scarsa istruzione scolastica e la vita condotta in centri appartati, tagliati fuori dalle vie di comunicazione, possono spiegare, ma solo in parte, la conservazione nel tempo delle parlate albanesi (come di altre minoranze); e invocare in astratto un senso d’identità particolarmente spiccato è a ben vedere una spiegazione apparente, perché anzi è questo il punto da spiegare. Certo è che se gli albanesi d’Italia hanno voluto conservare lingua e religione e costumi e insomma tradizioni, queste hanno dovuto essere innovate almeno in un punto, che era necessario modificare proprio per salvare il resto della tradizione. Alla struttura del clan vigente in Albania ancora in tempi vicini ai nostri, e non del tutto scomparsa, a quanto pare, neppure oggi, si collega l’uso dell’esogamia: il matrimonio, cioè, avviene tra individui appartenenti a clan o, meglio, a tribù diverse. Le comunità albanesi in Italia, lontane l’una dall’altra, si sono distaccate da quest’uso e hanno praticato l’endogamia, allo scopo di evitare i matrimoni "misti", almeno fino a ieri. In tal modo, si potevano preservare la lingua, la religione di rito bizantino, le tradizioni in genere. Quando si celebravano matrimoni misti, allora la regola era quella che il nucleo familiare si stabilisse nel paese del marito. Se quest’ultimo era italiano, la moglie si stabiliva fuori della comunità albanese; se era albanese, la moglie viveva con lui nella comunità, dove l’educazione, non solo linguistica, dei figli sarebbe stata ancorata alla tradizione del posto (Resta 1996, 43-47).

    Ciò non toglie che la situazione si evolva nel senso dell’indebolimento delle comunità albanesi: un’indagine recente sugli albanesi di Greci (in provincia di Avellino: par. 2), che era stata già studiata nel 1970, ha mostrato l’inevitabile penetrazione dell’italiano nella compagine linguistica di Greci. Particolarmente sensibile, come era facile prevedere, è l’italianizzazione nella parlata delle generazioni più giovani (Del Puente 1994). A Greci, prossima ad Ariano Irpino, la pressione dell’italiano significa, più concretamente, pressione del dialetto campano locale e dell’italiano regionale, noto agli abitanti di Greci (i quali talvolta parlano tra loro in albanese per non essere capiti dagli estranei); di qui l’abbandono di parole albanesi a favore di prestiti dall’italiano (nel senso ora specificato). Tra i bambini di Greci, infatti, udhë ‘strada’ è sostituito da stratta; zog ‘pulcino’ da pulçinë; nussa ‘bambola’ da bambulë (Del Puente 1994, 84).

    Inoltre l’italiano agisce sull’albanese parlato a Greci riducendo il repertorio dei suoni (o, più esattamente, l’inventario fonematico): tendono a sparire i suoni dell’albanese che non trovano riscontro in italiano; e anche la consapevolezza del carattere dialettale o regionale della caratteristica pronuncia della sibilante palatale š davanti a velare o bilabiale (le pronunce meridionali šposa e šcuola) induce a trasformare in s la š presente (legittimamente, per così dire, nel senso che non si tratta di fenomeno dialettale) nella varietà albanese (Del Puente 1994; per l’impoverimento che le strutture dell’idioma dominante provocano in un idioma dominato, che viene per così dire passato attraverso il filtro dell’idioma dominante, con il risultato di eliminare ciò che non si adatta alle categorie di quest’ultimo, si veda in generale Cardona 1984).

    Mentre i matrimoni misti si moltiplicano, non pare che si realizzino un incontro e un rafforzamento reciproco tra gli antichi insediamenti e le nuove immigrazioni dall’Albania, le quali, pur senza dimenticare l’apporto degli immigrati al lavoro nelle campagne o alle attività pastorali, sono dirette non verso i piccoli paesi meridionali, ma le grandi città, dove meno difficile è trovare un’attività o un lavoro; per non dire che la distanza linguistica e culturale tra madrepatria e colonie è, di norma, notevole. È vero che in occasione del recupero degli albanesi morti nell’Adriatico nel marzo 1997 (cap. II par. 1), i parenti delle vittime sono stati assistiti da un avvocato nativo di uno dei paesi albanesi d’Italia; ma l’episodio sembra restare, almeno per ora, occasionale.

    Ogni previsione è azzardata; si può osservare tuttavia che se, come si è visto, le ragioni della geografia e della storia hanno portato più volte e portano tuttora a contatto italiani e albanesi (per non risalire agli antichi romani), sarebbe ingenuo credere alla continuità, dal Quattrocento a oggi, di tali relazioni: queste sono cambiate, così come l’Italia e l’Albania di oggi non coincidono con quelle del Quattrocento. Basti dire che nel Quattrocento era il comune interesse all’indipendenza dal Turco (come allora si diceva), cementato dalla comune fede cristiana, a favorire le alleanze veneziane e napoletane con lo Skanderbeg, mentre oggi la popolazione albanese è, proprio come risultato della dominazione turca, in maggioranza musulmana; e in generale il terreno d’incontro odierno è diverso da quello del passato. Il che non vuol dire che esso non possa essere migliorato con un’azione politica e culturale adeguata, che dovrebbe essere intrapresa nei riguardi degli albanesi come delle altre minoranze, antiche e recenti.

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