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Storia della Lingua Italiana

 

Francesco Bruni

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L’italiano degli immigrati

L’alto numero di variabili (culturali, sociolinguistiche, psicologiche) da cui dipende la produzione linguistica degli immigrati in Italia rende difficile qualsiasi tentativo di descrizione generalizzante. Dalle indagini compiute finora risulta comunque che la capacità di esprimersi degli adulti stranieri, che apprendono spontaneamente la nostra lingua nel contatto quotidiano con i parlanti nativi, segue un iter abbastanza caratteristico.

Nella fase iniziale, i primi tentativi di fasi capire consistono prevalentemente di elementi lessicali privi di raccordo sintattico; nomi e verbi sono adoperati alla stessa stregua, senza alcuna forma di flessione (il verbo compare all’infinito, oppure spesso nella forma cristallizzata della 3a sing. dell’indicativo, sentita come una sorta di tema verbale: per esempio "io parla italia poco poco"); è presente una formula di negazione.

In seguito il lessico si arricchisce e diviene meno rudimentale, pur mantenendo la tendenza alla genericità semantica; vengono acquisiti alcuni avverbi, mentre manca ancora la concordanza di genere e numero; in campo verbale compare il participio passato. Procedimenti di tipo analitico/perifrastico surrogano elementi lessicali non posseduti ("una cosa male" = malattia, "cose per amici" = regali). Si vedano questi due esempi (tratti da Giacalone Ramat 1990, 130-2) di strutture paratattiche con drastica semplificazione nella sequenza dei tempi verbali e concordanze ancora carenti (l’informante è un cinese di 45 anni, in Italia da quattro):

"Sì, io comincio Sciangai, poi prendere aere, va Pechino, arivato Pechino cambiare natro aere, va Parige poi subito arivato Milano."

"Io visto due ragazze uscita porta, prendere macchina, poi messo busta tutte dietro, pasare strada."

In una terza fase si osserva la graduale acquisizione delle strutture della lingua, con la capacità di riconoscere le classi di parole insieme alle proprietà che le caratterizzano e ai tratti morfologici che le segnalano. La sintassi si irrobustisce e compaiono le subordinate.

Per quanto riguarda la morfologia verbale, la sequenza di acquisizione del sistema italiano presenta questo schema: presente > (ausiliare) + participio > imperfetto > futuro > condizionale > congiuntivo (Giacalone Ramat 1993).

Nella produzione dei suoni dell’italiano, gli immigrati incontrano difficoltà, ovviamente diverse secondo la provenienza, nella realizzazione di quei fonemi che non hanno corrispondenti nella loro lingua madre: gli arabofoni, per esempio, hanno problemi riguardo alle consonanti p, g palatale (realizzata con sg, come in "io sgisiano" = io sono egiziano), ts, dz, come risulta anche dal testo che segue, scritto da un egiziano trentenne, in Italia da sette anni:

"Il mio lavoro come ho detto Autanti cuccina il orario dal 9 ½ all matina fina all 3 bomereggio e dal 7 ½ sera fina all 11, 12, 1 di notte lo fatcio un po’ di totto, e sono estato in questa maneira e in questo lavoro quasi setta Anne in Italia ma questo tibo di lavoro non mio proprio berche sono estodiato 14 Anni e avoto una deploma con especialeziazione e estodiato anche lapertura e ho tanti mestere" (Banfi 1993, 97).

Nella morfologia e nel lessico, l’interferenza della lingua madre è invece limitata.

Quando l’apprendimento avviene nelle grandi città, si può osservare che il modello è rappresentato sostanzialmente dalla lingua standard: anzi, molti immigrati si dichiarano capaci di riconoscere il dialetto e lo rifiutano in quanto strumento di comunicazione debole e subordinato, associato a condizioni socioculturali negative. Riproduciamo tre testimonianze di questo atteggiamento (da Vedovelli 1990, con adattamenti; la prima è di un egiziano, le altre di marocchini):

"Più difficile capire perché di lingua italiana c’è molto gioco di parola, non c’è diret come e parlo l’arabo ... parla dialetto e dice ‘io vole prendere questa penna’ mè in italiano c’è tutto un altro modo."

"Quando lui fa ‘fai un po’ di salate’ allora mi parli in dialetto napolitano, nsomma secondo me l’italiano lo capisco come lingua, no come dialetto."

" Io me trove difficoltà quando de person che non parlano l’italiano presempio parlano solo dialetto ... non hanno livello di studio."

Diversa, almeno in parte, la situazione dei piccoli centri, dove il parlato degli immigrati si organizza su linee di italiano regionale, e può subire l’interferenza del dialetto; l’esempio che segue (adattato da un’intervista, cfr. Cordin e Zamboni 1994, 242-4) è stato raccolto a Tione, in provincia di Trento: parla un ragazzo marocchino di ventitré anni, operaio, con diploma parauniversitario, in Italia da venti mesi:

"Sono arivato in Italia all’ottantotto. Mi sono di sgià fato un giro perché mi sono andato a Tunisia, Algeria, poi mi sono entrato in Italia e mi sono andato anca in Francia, in Spagna e adeso sono qua in Italia. [...] Dal novanta mi sono arrivato qua a Tione. [...] C’è tantii problemi come la linguaa praticamente e anca come il la conosce el come la manera da conoscere gente e anca le abitudini di gente e anche la cultura, la hosa emportante è la cultura, la manera de venire qua e vedere a n’altra cultura, a n’altra lingua, e queste sono di cose per la prima volta un po’ difiscili. [...] Probabilmente io sempre mi aspetto di qualcosa di meii, perché la mia idea, la mia opinione d’andare all’estero allora sulo per migliorare, migliorare le cosa, si le cosa stanno solo come sono, allora è meglio da stare al mio paese. Allora aa questo punto ai desidù da andare fuori."

Diversi indizi connotano questo parlato dal punto di vista diatopico: è un italiano decisamente settentrionale, se non regionale-trentino. Si noti la mancanza del raddoppiamento consonantico (arivato, fato, adeso, difiscili), la presenza ricorrente del pronome mi come soggetto di prima persona, che ricalca fedelmente il mi dialettale; a livello lessicale appaiono dei prestiti dialettali come anca (anche), meii (meglio, in trentino meio), desidù (deciso).

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