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Storia della Lingua Italiana

 

Francesco Bruni

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Lingua come moneta

Nel testo di questo corso si paragona la lingua alla moneta: è interessante soffermarsi a notare come l’accostamento di questi due campi semantici sia ricorrente in tutta la cultura occidentale fin dalle sue origini; l’immagine della lingua (e delle parole) come denaro è, in altri termini, un tòpos, un luogo comune.

Basti pensare che si parla di "patrimonio" linguistico, e di lingue "ricche" o "povere"; che l’insieme del lessico di una lingua è comunemente definito thesaurus; che si possono "risparmiare" le parole o anche se ne può essere "avari". Per l’invenzione di una parola nuova (nuova "di zecca") si usa il sostantivo "conio", mentre con "prestito" (o "imprestito") si designa una parola tratta da un’altra lingua. In generale, si ritiene che il funzionamento stesso delle lingue sia regolato da un principio di "economia".

Anche la letteratura abbonda di citazioni che riguardano questo tòpos: dalla celebre frase di Quintiliano "utendum plane sermone ut nummo, cui publica forma est" (in cui è notevole la sottolineatura dell’aspetto pubblico, cioè convenzionale all’interno di una certa comunità, del segno linguistico), al più lapidario motto di Goethe "Verba valent sicut nummi".

Secondo La Bruyère "i pedanti pagano con moneta fuori corso".

E Valéry, quando l’amico Alain gli restituisce, con molte annotazioni a margine, il libro di poesie avuto in prestito, osserva che "il capitale ha fruttato degli interessi".

Spingendosi ancora più in là in questo campo metaforico, André Gide registra, sul suo diario, che la maggior parte delle manifestazioni verbali dei nostri sentimenti è paragonabile a degli assegni scoperti ("chèques sans provision").

E non andrà dimenticato, infine, che Dante punisce nella stessa bolgia infernale (la decima del girone dei fraudolenti) tanto i falsari di parola che i falsificatori di moneta.

(Ulteriori esempi in Weinrich 1976, 31-48).

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