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Variazione diatopica La differenza di lingua dovuta a variazione nello spazio geografico viene indicata, in linguistica, col termine di "variazione diatopica" (coniato da Coseriu 1973): si tratta della categoria più tipica, consueta e intuitivamente afferrabile di differenziazione linguistica, quella stessa su cui si basa il concetto di dialetto, ben familiare soprattutto agli italiani. Già Dante nel primo libro del De vulgari eloquentia (parr. ix-xv) individua e passa in rassegna le 14 parlate italiane principali, distinte in due gruppi, luno situato a destra e laltro a sinistra dellAppennino. Tuttavia, prima ancora di analizzare le singole parlate, Dante precisa che a voler guardare più minutamente, i tipi differenti da censire potrebbero essere più di mille ("non solum ad millenam loquele variationem venire [...], sed etiam ad magis ultra") in quanto ogni volgare si differenzia al suo interno ("omnia vulgaria in sese variantur"), sicché per esempio in Toscana Senesi e Aretini parlano in maniera diversa, e perfino nei quartieri della stessa città le parlate divergono (fa lesempio dei "Bononienses Strate Maioris" e di quelli "Burgi Sancti Felici"). Un precedente (segnalato da Corti 1992, 195-6) di questo ragionamento dantesco può essere individuato in una pagina della Composizione del mondo colle sue cascioni di Restoro dArezzo (opera già compiuta nel 1282), dove si dice che "non se trova nulla provincia e nulla vila e nullo castello che non abia [...] diverso parlare; e trovaremo li abetatori duna città e deméno en regimenti e en atti e llo parlare èssare svariati, ché da luno lato de la cità parlaranno duno modo, e da laltro parlaranno svariato dun altro; e so provinzie che non entende luno laltro" (II, 7, 4, 24-26). |
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