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Fortuna

Dal latino "fortuna(m)", da "fors": 'caso'. Terribile vox media che può indicare alternativamente felice sorte o destino contrario. Antica divinità romana, personificazione della forza che guida e avvicenda i destini degli uomini ai quali distribuisce cecamente benessere, ricchezza oppure infelicità e sventura.
Per Lucrezio è una forza sovrana che tutto può, alla quale rivolgersi con tono di preghiera: cfr. De rerum natura, V, 107: «quod procul a nobis flectat fortuna gubernans» ["Possa la fortuna sovrana deviare lontano da noi questa disgrazia"].
Nel significato di "buona fortuna", "prosperità" e "successo" è adoperata da Cicerone in De imperio Cn. Pompei ad Quirites, XVI: «magnis imperatoribus non solum propter virtutem, sed etiam propter fortunam saepius imperia mandata [...] esse» ["a grandi condottieri erano stati affidati molto spesso comandi non solo per il valore, ma per i loro successi"].
Per Seneca la "fortuna" è per definizione "ingiusta" ed è nemica della "virtù"; cfr. Hercules furens, 325-26: «Iniqua raro maximis virtutibus/ fortuna parcit» ["L'ingiusta fortuna raramente risparmia i più grandi eroismi"].
Nella letteratura volgare, Dante, di contro alla rappresentazione pagana che descriveva la Fortuna bendata nell'atto di volgere una ruota, la immagina "ministra di Dio", cioè uno strumento della sua Provvidenza che guida gli eventi umani. Si veda Inferno, VII, 77-84: «Similmente a li splendor mondani / ordinò general ministra e duce / che permutasse a tempo li ben vani / di gente in gente e d'uno in altro sangue, / oltre la difension d'i senni umani; / per ch'una gente impera e l'altra langue, / seguendo lo giudicio di costei, / che è occulto come in erba l'angue». Dante immette una profonda idea teologica, di discendenza agostiniana, in una figurazione letteraria "classica" già esistente (relativa al potere inconoscibile della fortuna).
In Boccaccio la fortuna è invidiosa della "felicità" d'amore: vd. Decameron, III,7, p.4 «Fu dunque in Firenze un nobile giovane [...] il quale d'una donna, [...], innamorato oltre misura per li suoi lodevoli costumi, meritò di godere del suo desiderio. Al qual piacere la fortuna, nemica de' felici, s'oppose».
Nella civiltà umanistico-rinascimentale la riflessione teorica sul concetto di fortuna (in relazione a quello di virtù) conosce una straordinaria espansione : nel Quattrocento diviene centrale nelle riflessioni di Leon Battista Alberti e Giovanni Pontano. Per Machiavelli la fortuna sarebbe responsabile solo parzialmente dei destini umani, come è scritto in Principe, 25: «iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra metà, o presso, a noi». Ma è lo stesso autore a sostenere che «la fortuna acceca gli animi, quando la non vuole che quegli si opponghino a' disegni suoi» (Discorsi, II, 29), prefigurando così un secondo tipo di fortuna, non arginabile da alcuna virtù.
In Guicciardini svolge un ruolo decisivo: è la forza sovrana che tutto può, limita a suo piacimento i progetti dell'uomo, condiziona il flusso delgli eventi storici. Essa rappresenta uno scacco alla logica perché può favorire il pazzo e non il savio, al quale non resta che assecondare gli eventi senza opporvisi. Si legga il pensiero 30 dei Ricordi: «Chi considera bene, non può negare che nelle cose umane la fortuna ha grandissima potestà, perché si vede che a ognora ricevono grandissimi moti da accidenti fortuiti, e che non è potestà degli uomini né a prevedergli né a schifargli...».
In Castiglione la presenza della fortuna è forte per quantità e densità concettuale; cfr. Cortigiano, Dedica, 1 : «la fortuna, come sempre fu, così è ancor oggidì contraria alla virtù»; I, 15 : «in tutte le cose mondane la veggiamo dominare e quasi pigliare gioco d'alzar spesso fino al cielo chi par a lei senza merito alcuno, e seppellir nell'abisso i più degni d'esser esaltati». Anche in Castiglione ritorna perciò l'idea archetipica della fortuna nemica della virtù, che ricompensa i meno meritevoli provocando "ingiustizia".
L'Iconologia di Cesare Ripa presenta cinque definizioni di fortuna, la prima delle quali è: «Donna, con gli occhi bendati sopra un albero, con un'asta assai lunga percuota i rami di esso, et ne cadano varij istromenti appartenenti a' diverse professioni, come scettri, libri,corone, gioie, armi» . Warburg ha studiato i nessi tra etimologia e iconografia del termine fortuna, sostenendo tra l’altro che nel Rinascimento la raffigurazione dell'antica dea pagana funzionava come «formulazione figurativa nel compromesso fra la medievale fiducia in Dio e la fiducia in se stesso dell'uomo rinascimentale» (Warburg 1907: 211-246). Il tardo Cinquecento modifica il suo atteggiamento nei confronti dell' iconografia della Fortuna, riconducendo l'azione di quest'ultima alle disposizioni della divina provvidenza.

Alessandro Capata

Riferimenti bibliografici

Warburg, Aby. "Le ultime volontà di Francesco Sassetti" (1907). La Rinascita del paganesimo antico. Firenze: La Nuova Italia, 1966

 

Percorsi Iconografici:


Camera della Badessa, La Fortuna


Alciati, Emblemi, Fortuna virtute comes


Fortuna, da Cesare Ripa, "Iconologia"


Iconografia e iconologia