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Anticamente anche servigio, designa sia l"atto del
servire" che "condizione di chi è servo". Voce dotta dal latino servitium
("servitù": da servus "servo", in origine
"guardiano").
In senso generale si riferisce a un rapporto di sudditanza:
nella società di Antico regime designa il rapporto di dipendenza tra chi
esercita una funzione di signoria e chi è sottoposto a questa, tra chi concede dei benefici
(beni materiali o privilegi) e chi li riceve in cambio di prestazione di uffici o lavori.
Questo circuito di scambio, nel sistema del Classicismo cinquecentesco, è regolato dalla grazia. Così è
compito del principe
prudente
scegliere bene il suo servitore e non essere avaro con lui nel beneficarlo; così i buoni
servitori devono saper dimostrare la loro gratitudine: "Se gli uomini fussino
discreti o grati a bastanza, doverebbe uno padrone, in ogni occasione che nha,
beneficare quanto potessi e suoi servidori; ma perché la esperienza mostra - e io
lho sentito da miei servidori in me medesimo - che spesso come sono pieni, o
come al padrone manca occasione di potergli trattare bene come ha fatto per el passato, lo
piantano" (Francesco Guicciardini, Ricordi,
5).
Dal prestare fedele servizio al principe si ricava utile
e onore, ma la
dipendenza cortigiana
deve essere dignitosa e onesta: "In cose disoneste non siamo noi obligati ad ubedire
a persona alcuna, - respose messer Federico. - E come, - replicò il signor Ludovico, -
sio starò al servizio dun principe il qual mi tratti bene, e si confidi
chio debba far per lui ciò che far si po, commandandomi chio vada ad
ammazzare un omo, o far qualsivoglia altra cosa, debbo io rifiutar di farla? - Voi dovete,
- rispose messer Federico, - ubidire al signor vostro in tutte le cose che a lui sono
utili ed onorevoli, non in quelle che gli sono di danno e di vergogna; però se esso vi
comandasse che faceste un tradimento, non solamente non sete obligato a farlo, ma sete
obligato a non farlo, e per voi stesso, e per non esser ministro della vergogna del signor
vostro" (Baldassarre Castiglione, Il
Libro del Cortegiano, II 23). Anzi, in questi casi il cortigiano
"deve levarsi da quella servitù, per non portar biasimo delle male opere del suo
signore, e per non sentir quella noia che senton tutti i boni che servono ai mali"
(IV 47).
Il modello di Castiglione
torna in uno dei Dialoghi di Torquato Tasso dove la corte viene
definita una adunanza riunita sotto legida dellonore: "F. N. Ma chi dicesse
che fosse il servizio del principe? G. M. Direbbe quasi il medesimo, perchaltri
serve i principi per onore. F. N. La corte dunque è congregazion duomini raccolti
per onore" (Il Malpiglio overo de la corte). Una parte considerevole del terzo
libro della Civil conversazione di Stefano Guazzo
è dedicato ai rapporti tra padrone e servo, soprattutto nel discorso che riguarda i
difetti dei servitori, con unampia casistica che prende materia da un fitto
repertorio di luoghi comuni, molti dei quali già registrati in Polyanthea
alla voce servitus ("servitù": regolata dal campo legislativo, dal
diritto, e contrapposta a libertà, che è invece facoltà secondo natura).
Cesare Ripa nella sua Iconologia
così descrive la Servitù: "Una giovane scapigliata, vestita dabito corto e
spedito di color bianco, che tenghi in spalla un giogo, overo un grosso e pesante sasso:
averà i piedi nudi alati, e cammini per luogo disastroso e pieno di spine, essendole a
canto una grue che tenghi un sasso con un piede. Lessere scapigliata, dimostra che
essendo chi sta in servitù obligato alli servizii del padrone, non può attendere alli
suoi. Il color bianco del vestimento denota la candida e pura fedeltà. Il giogo in spalla
anticamente era posto come simbolo della servitù. Labito corto e piedi nudi e alati
significano che conviene alla servitù la prontezza e velocità. Il caminar con li piedi
sopra le spine, dimostra gli incommodi e difficultà che patisce di continuo chi in
servitù si trova. Onde Dante nel V del Purgatorio cosi dice: "Tu proverai sì come
sa di sale / lo pane altrui, e quanto è duro calle / lo scendere e l salire per
laltrui scale". La grue con il sasso nel piede significa la vigilanza che i
servitori debbano avere per servigio dei lor padroni".
Questo della "servitù cortigiana" è un topos
di fondazione classica (Luciano, Giovenale, Orazio)
che ha una straordinaria vitalità in tutta Europa e si alimenta di continuo nella
polemica anticortigiana. Le Satire di Ariosto, che hanno
nellOrazio delle Epistolae il modello letterario e morale più importante,
sono lesempio più noto della frattura tra il potere, in questo caso esercitato
senza "gratitudine", e il servizio, che crea delle aspettative disattese, senza
"mercede". Già Enea Silvio Piccolomini, nel testo fondatore di questa
tradizione anticortigiana, il De curialium miseriis ("le miserie dei
cortigiani") aveva scritto: "chi ieri era in favore è oggi in disgrazia".
E di "mala servitude" parla, appunto, Ariosto (Satire, I 85), che
preferisce la libertà dellotium letterario: "piú tosto che arricchir,
voglio quiete: / più tosto che occuparmi in altra cura /, sì che inondar lasci il mio
studio a Lete. / Il qual, se al corpo non può dar pastura, / lo dà alla mente con sì
nobil esca / che merta don star senza cultura" (I 160-162). La stessa quiete già
invocata da Orazio (Epistulae, 7): "Hac ego si compellor imagine, cuncta
resigno; / nec somnum plebis laudo satur altilium nec / otia divitiis Arabum liberrima
muto. / Saepe verecundum laudasti rexque paterque / audisti coram nec verbo parcius
absens; / inspice si possum donata reponere laetus" ("Se questa favola mi chiama
in causa, restituisco tutto: e non faccio lelogio del sonno della plebe, sazio di
polli grassi. Né scambio la mia liberissima quiete con le ricchezze degli Arabi. Spesso
lodasti il mio rispettoso riserbo e sentisti che ti chiamavo re, padre, davanti a te; non
una parola in meno quando non ceri: vedi dunque se sono capace di rinunciare ai
doni, senza rimpianto").
È opportuno distinguere, però, allinterno
dellampia famiglia semantica della servitù: tra servo propriamente domestico (villano,
di connnotazione plebea) e servo cortigiano, che differenzia ulteriormente il suo stato
di servizio sulla base degli uffici (doveri) e dei negozi che gli sono assegnati nel
sistema economico e politico della corte (come precettore, medico, segretario,
ambasciatore, eccetera).
Dopo il ritratto complessivo del cortigiano servitore
delineato da Castiglione nel suo Libro
del Cortegiano, diventa necessaria una definizione particolareggiata
dei codici di comportamento appropriati a ciascuna delle funzioni specialistiche che la
professione cortigiana assume nel sistema della corte: nasce nel Cinquecento unarticolatissima
trattatistica sullo stare a corte, cioè "a servizio", che scandisce ciò che è
proprio e pertinente a ogni funzione, dal segretario al trinciante. In questa rinnovata
prospettiva culturale Torquato Tasso si dimostra pienamente consapevole delle conseguenze
che la precarietà del servizio cortigiano comporta, rispetto almeno alle più
tradizionali e stabili professioni (come quelle giuridiche), in questa
battuta autobiografica, che coinvolge lesperienza del padre, nelle sue diverse
occasioni di servizio di principi con funzioni di segretario: "mio padre, il quale e per lunga età e
per li molti e vari negozi che per le mani passati gli sono, [...] avrebbe desiderato che
a più saldi studi mi fossi attenuto, co quali quello mavessi io potuto
acquistare chegli con la poesia, e molto più col correr delle poste in servigio
de principi, avendo già acquistato, per la malignità de la sua sorte perdé, né
ancora ha potuto ricuperare: si chavendo io un sì fermo appoggio comè la
scienza delle leggi, non dovessi incorrere poi incorrere in quegli incomodi, ne
quali egli è alcuna volta incorso" (Rinaldo, Ai lettori).
Floriana Calitti |
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Percorsi Iconografici:
Sapienza, da Cesare Ripa, "Iconologia"
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