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Virtù

Dal latino virtute(m): "forza", "valore", da vir: "uomo". L’etimologia di virtù ci è offerta da Petrarca in Familiares XXIII,2 sulla scorta di Cicerone,Tusculanae disputationes II, XVIII, 43: «Non obluctor, Cesar, imo vero suadeo ut patriam amnes; at profecto sive a viro virtus, ut vult Cicero, sive a virtute vir dicitur, nil hac vere viro carius, nil amabilius esse posset…» ["Non lo nego, o Cesare, anzi ti consiglio ad amar la patria; ma se virtù deriva da vir, come dice Cicerone, o vir da virtù, nulla della virtù deve essere all’uomo più caro, più gradito"]. La virtù, categoria eminentemente morale, codificata dai neo-platonici e dagli aristotelici, trova un suo straordinario "compimento" nel pensiero cristiano di Agostino (terminale platonico) e di Tommaso (terminale aristotelico). Per quanto riguarda la "linea platonica" della virtù, essa viene fondata dal filosofo ateniese nel IV libro della Repubblica, con la quadruplice divisione delle virtù in sapienza, coraggio, temperanza e giustizia. Platone pone una corrispondenza tra temperanza, coraggio e sapienza e tre diversi aspetti dell’anima (concupiscibile, irascibile e razionale). La giustizia non è una virtù come le altre, una capacità propria dell’una o dell’altra parte dell’anima, ma una capacità unica che rende virtuose le altre virtù, per cui ciascuna fa ciò che le compete, compie bene, giustamente - e perciò sapientemente - ciò che le è proprio. Analogamente, anche lo Stato è divisibile in tre parti, cioè in tre generi di cittadini, a cui è possibile applicare rispettivamente ciascuna delle tre virtù platoniche e delle tre parti dell’anima individuale: ai lavoratori, a coloro cioè che hanno una funzione produttiva nello stato, corrisponde l’anima concupiscibile, la cui virtù è la temperanza; ai guerrieri, ai difensori della razionalità dello stato, corrisponde l’anima irascibile, caratterizzata dalla virtù del coraggio; ai filosofi, o governanti, a coloro che cioè hanno la capacità di governare dialetticamente lo stato, corrisponde l’anima razionale, incarnata nella virtù della sapienza. La giustizia, anche nello stato, è chiamata a una funzione armonizzatrice. 
Sulla stessa linea, Plotino, nelle Enneadi, sostenendo che il cammino delle virtù rende simili a Dio, riparte dai livelli platonici della virtù e prefigura quattro differenti gradi: le «virtù civili», le «virtù purificatrici», le «virtù dell’animo purificato», le «virtù esemplari» (le uniche che portano alla somiglianza con Dio). Il terzo snodo teorico della "linea platonica" è rappresentato da Macrobio che, in Commentarium in Somnium Scipionis I 8,5, sintetizza lucidamente l’innesto dell’interpretazione plotiniana sulla partizione classica di Platone, fissando così un canone delle virtù che conoscerà una vitalità plurisecolare . Le quattro virtù platoniche vengono ridefinite dal pensiero cristiano e denominate "cardinali", a partire da Ambrogio, e poi con maggiore spessore teorico da Tommaso. L’ideale del saggio stoico che mira alla liberazione dalle passioni, in una prospettiva ascetica, pone lo stoicismo romano (la cosiddetta Nuova Stoà, relativa ai secoli I-III) nella tradizione "purificatrice" e "ascensionale" della virtù platonica. La virtù per gli Stoici è premio a se stessa e assicura automaticamente la felicità, anche se in condizioni dure e difficili. Agostino, filosofo di confine tra pensiero platonico antico e tradizione cristiana, pur togliendo valore alle virtù classiche di Platone perché motivate dall’orgoglio umano anche quando sono portatrici di valori civili positivi, fa propria l’idea che alla virtù si debba giungere mediante un tormentato cammino interiore di purificazione, che porta alla contemplazione di Dio. 
L’altra linea, di discendenza aristotelica, ha nell’ Etica nicomachea il suo testo fondativo. Aristotele definisce la virtù un habitus costante della volontà; essa consiste in una disposizione dell’animo ad agire virtuosamente, ispirandosi sempre ad un principio di medietà tra eccesso e difetto. Virtuoso non è quindi un atto singolo in quanto tale, ma solo l’habitus, la predisposizione o l’abitudine a un certo tipo di atti. Aristotele distingue inoltre le virtù in etiche e dianoetiche: le prime riguardano l’ethos, cioè l’agire e consistono nel freno che la ragione sa porre agli impulsi; le seconde sono rivolte all’esercizio della diànoia, del pensiero, e sono la scienza, l’arte, la saggezza. La virtù per Aristotele è insegnabile, anche se più con l’esempio che con precetti teorici. Aristotele si pone in opposizione all’ascetismo platonico e riconosce come fondamentali per lo sviluppo della virtù anche circostanze esterne al volere e al valore dell’individuo. Non è possibile cioè raggiungere le virtù etiche mediante il cammino tutto interiore teorizzato da Platone e sviluppato dai neo-platonici. Da Aristotele questa virtù passa alla cultura romana, e trova in Cicerone ampio rilievo: si veda De officiis I 19: «virtutis enim laus in actione est» ["infatti il valore della virtù è nell’azione"]. Di derivazione aristotelico-dianoetica è il rapporto istituito da Seneca tra virtù e arte, come acquisizione pratica del comportamento virtuoso in termini di habitus/ethos: si veda Ad Lucilium epistulae morales, XC, 44 dove il filosofo scrive:«Non enim dat natura virtutem; ars est bonum fieri» ["Non è la natura a dare la virtù: per divenire buoni c’è un’arte"].
Il punto terminale della "linea di Aristotele" è rappresentato da Tommaso d’Aquino che, commentando fondamentali opere aristoteliche come la Metafisica, la Fisica, il Trattato sul cielo, l’Etica a Nicomaco e nella stessa Summa Theologiae, si cimenta in uno straordinario sforzo di assimilazione e di sintesi tra il sapere elaborato dai padri della chiesa e quello fornito dai maestri della scuola peripatetica. Il filosofo recupera l’etica aristotelica contro l’agostinismo, parla della virtù come «disposizione del proponimento», limitandosi a sostenere la superiorità delle virtù "teologali" (fede-speranza-carità) su quelle "cardinali" (giustizia-fortezza-prudenza-temperanza) rivisitazione delle antiche virtù platoniche.
Nella tradizione italiana, la virtù conosce diversi passaggi semantici. Nei duecenteschi essa assume prevalentemente un significato moralistico, volto a fornire norme e valori comportamentali per l’esistenza quotidiana, pratica e laica. Ma forte rimane la prospettiva cristiana, e precisamente agostiniana, come in Bono Giamboni, Libro dei Vizi e delle Virtudi, 11,7: «Ed io: Che so’ queste virtudi? Ed ella: i cortesi costumi e li belli e piacevoli riggimenti - Ed io: E dove stanno? - Ed ella disse: Nel mirabile castello della mente […] dentro a la chiusura del cervello là dove si raccolgono i sensi e i sentimenti del corpo […] - Ed io dissi: Pregoti che mi insegni andare a queste virtù, e che m’accompagni con loro, perch’i’ vo’ doventare loro fedele […] - Ed ella disse: Figiuol mio, non fa bisogno ch’io ti insegni andare alle virtudi […] perché se andare vi vuoli, ritorna alla tua coscienza ed entra per la via de’ buoni costumi e savi e cortesi riggimenti».
In Dante la virtù ricopre sia un valore "etico" che "fisico", secondo i significati aristotelici. Per Bruno Nardi (1990: 120): «Nel significato etico, la virtù è un abito acquisito colla ripetizione degli atti, che inclina il soggetto morale a tenere il giusto mezzo e a volere il bene. Nel significato fisico, la virtù è una capacità naturale, o disposizione a compiere una determinata operazione. In tal senso, si dicono virtù tutte le potenze e le proprietà che sgorgano dalla natura di un essere, per esempio: la virtù visiva, la virtù desiderativa, la virtù conoscitiva…». Particolare è invece l’accezione della virtù in Inferno XXVI, 112-120: «Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e conoscenza». Le parole di Ulisse rimandano a una virtù laica ed umanistica, incarnata dalla forza d’animo e dal coraggio, che sembra segnare una prima crisi della ferrea ed inalterabile "virtù" aristotelica.
In Petrarca il concetto conosce un particolare rilievo. Si veda soprattutto il De remediis ai capitoli I 10 (De virtute) e II 104 (De virtute inopia), dove l’autore spiega che la virtù non è rivolta a ciò che è stato fatto ma a ciò che si ha da fare e non risiede in ciò che è presente e acquisito, ma in quello che manca per il raggiungimento della perfezione. La virtù è una tensione illimitata verso il bene, in prospettiva cristiana. Suo fondamento è l’umiltà («Fundamentum verae virtutis humilitas»). Essa non intiepidisce mai, è sempre pronta ad entrare in azione e non crede mai di aver fatto ogni cosa compiutamente. Grande importanza assume quindi la volontà e il desiderio nel raggiungimento della virtù («quoniam prima et maxima pars virtutis est velle»). In una prospettiva più laica ed umanistica si collocano invece le accezioni della virtù nelle Familiares; si legga ad esempio IX, 1: «Et contra fortunam quidem scimus unicum clipeum esse virtutis» ["E’ certamente vero che contro la fortuna unico scudo è la virtù"].
Nell’ Umanesimo, Leon Battista Alberti teorizza i poteri assoluti della virtù contro la «fortuna» nei Libri della Famiglia dove, in Prologo 7, è scritto: «E conviensi non dubitare che cosa qual si sia, ove tu la cerchi e ami, non t’è più facile averla ed ottenerla che la virtù. Solo è sanza virtù chi nolla vuole». 
In Machiavelli il concetto conosce una straordinaria espansione semantica. Indica capacità, energia, risolutezza. Svincolata dai tradizionali significati di discendenza aristotelica, platonica e cristiana, la virtù in Machiavelli sembra ricollegarsi all’area semantica della virtus ciceroniana e latina in genere. Essa è contrapposta alla «fortuna» in Principe, 25 dove è chiamata a gestire la metà delle azioni umane: «Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi".La fortuna esercita il suo potere "dove non è ordinata virtù a resisterle».
Nel Cortegiano di Baldassar Castiglione la virtù è categoria ampiamente diffusa. In IV,13 l’autore definisce il termine: «Però la virtù si po quasi dir una prudenzia ed un sapere eleggere il bene, e ‘l vicio una imprudenzia ed ignoranzia che induce a giudicar falsamente». Castiglione sostiene che «le virtù morali in noi non siano totalmente da natura, perché niuna cosa si po mai assuefare a quello che le è naturalmente contrario» (IV,12). La virtù è quindi insegnabile, secondo il precetto aristotelico. Essa è inoltre posseduta dalle donne in egual misura che negli uomini (cfr. ad esempio III, 34).
La contrapposizione virtù/vizio è riproposta in modo originale nel Galateo di Giovanni Della Casa, dove si legge al capitolo XXVIII: «Ma perché io non presi a mostrarti i peccati, ma gli errori degli uomini, non dee esser mia presente cura il trattar della natura de’ vizii e delle virtù, ma solamente degli acconci e degli sconci modi che noi l’uno con l’altro usiamo». La riflessione dellacasiana non investe quindi il valore concettuale delle virtù e dei vizi.
Nella Civil conversazione del Guazzo la virtù assume significati legati per lo più alla sfera morale, secondo l’impianto aristotelico. In continuità con l’indicazione petrarchesca relativa all’importanza della volontà, Guazzo sostiene che «si suol dire che non patisce difetto di virtù se non chi vuole» (2 A 188b).
Una rassegna del dibattito teorico intorno al concetto di virtù si trova nel dialogo di Torquato Tasso, Il Porzio, overo de le virtù.
Cesare Ripa, nell’Iconologia, descrive così la virtù nella Medaglia d’Alessandro: «Donna bella, armata, e d’aspetto virile, che in sua mano tiene il mondo, e con l’altra una lancia.Significando che la virtù domina tutto il mondo. Armata si dipinge, percioché continuamente combatte col vitio. Si rappresenta d’aspetto virile, perché il suo nome viene (secondo Tito Livio nel lib. 27 e Valerio Massimo lib. 1 cap. 1) à viro vel à viribus, e mostra la fortezza che conviene al virtuoso».

Alessandro Capata

Riferimenti bibliografici

Nardi, Bruno. Dante e la cultura medievale. Roma-Bari: Laterza, 1990

 

Percorsi Iconografici:


Macrobio, Commentario al Somnium Scipionis,cod.lat. 6371,Bibl. Nat.,Parigi