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Indovinello veronese

Scoperto nel 1924, è contenuto in un manoscritto forse allestito a Tarragona agli inzi dell’VIII secolo in ambiente mozarabico (quello dei cristiani della Spagna musulmana). Il manoscritto viaggia attraverso l’Italia, prima in Sardegna e poi a Pisa, e passa anche a Verona, ed è qui che l’indovinello è aggiunto a Verona, alla fine del secolo VIII (o agli inizi di quello successivo).
Tralasciando tutti i problemi filologici e linguistici, ancora inparte irrisolti, basterà qui ricordare che tradizionalmente l’indovinello è interpretato come metafora dell’atto di scrittura:

Se pareba boves, alba pratalia araba,
(et) albo versorio teneba, (et) negro semen seminaba.

Traduzione:
Spingeva avanti i buoi, arava bianchi prati
Teneva un bianco aratro, seminava un nero seme.

Dove i "buoi" sono le dita della mano, i "bianchi prati" sono il foglio di carta prima della scrittura, il "bianco aratro" è il calamo (di penna d’oca), il "nero seme" è la traccia lasciata dall’inchiostro.

 

Percorsi Iconografici:


Effigie di Giovanni Argiropulo, incisione da P. Giovio, "Elogia virorum illustrium"


Effigie di Manuele Crisolora, da P. Giovio, "Elogia virorum illustrium"