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Solo di recente si è prestata maggiore
attenzione alla complessa genesi del voluminoso De remediis utriusque fortune. Già
nel 1353, mentre lavorava alla versione definitiva del Secretum, il Petrarca aveva
in mente il progetto dellopera, e in effetti nel maggio dellanno seguente
appare occupato nella composizione di un capitolo della seconda parte: il De tristitia
et miseria (II, 93), consistente in una sorta di refutazione di un popolarissimo
opuscolo ascetico di Innocenzo III, il De miseria humane conditionis. Nel 1360 lo
scrittore considerava lopera sostanzialmente conclusa, pronta per essere diffusa (Familiares
XXIII 12, a Guido Sette);
ma, come al solito, continuò a limarla
e rivederla, e, di fatto, il De remediis non assunse
lapparenza a noi nota fino al 1366 (quando il personaggio a cui è dedicata, Azzo da Correggio,
era già morto).
I due libri del De remediis sono
composti rispettivamente da 122 e 131 dialoghi. Nel primo la Ragione si confronta con la
Gioia e la Speranza; nel secondo con il Dolore e il Timore. Si tratta dunque
dellillustrazione della dottrina stoica
che informa il trattato, e che sosteneva che la ratio può dominare tutti gli
affetti, perturbationes animi, che tormentano luomo e che non sono altro che
inganni, false opinioni
(così il dolore e il timore sono la falsa immagine di un male presente o futuro, la gioia
e la speranza lerrata impressione di un bene attuale o da venire). Il modello ultimo
di tali colloqui è un minuscolo scritto che a quei tempi veniva attribuito a Seneca: il De remediis fortuitorum, ma in più di un punto
Petrarca assume la lezione del Boezio
del De consolatione philosophiae.
Lo schema dei dialoghi è semplice. Una delle
rappresentazioni allegoriche delle perturbationes
animi pronuncia unaffermazione: «Trovai grande gloria», per esempio; e subito la Ragione
passa a confutarla o ad analizzarla; lantagonista ripete laffermazione con una
leggera variante: «Ottenni la gloria»; la Ragione inizia di nuovo lattacco e così
via. Mediante tale procedimento si passano in rassegna le più varie possibilità di
felicità e di disgrazia: basterà ricordare il titolo di alcuni capitoli: De conviviis
(I, 19), De histrionum iocis (I, 28), De librorum copia (I, 43), De uxore
fecunda et facunda (I, 67), De alchimia (I, 111). Viene persino trattata la
possibile pericolosità dellabbondanza: De pavonibus, pullis, gallinis, apibus et
columbis (I, 62); e, dal lato delle sfortune, De amissa pecunia (II, 13), De
villico malo et superbo (II, 59), De iniusto iuditio (II, 66), De bello
civili (II, 74), De moriente in peccatis (II, 126) ecc. Si osservi anche che
nel libro I (dedicato alla "prospera fortuna")
vengono presentate spesso questioni analizzate da una prospettiva esattamente opposta a
quella del secondo libro: De forma corporis eximia (I, 2) si oppone a De
deformitate corporis (II, 1); De origine generosa (I, 16) a De originis
obscuritate (II, 5); De ludo taxillorum prospero (I, 27) a De adverso ludo
taxillorum (II, 16), e così via. È importante avvertire come la struttura di ogni
dialogo (proposizione/confutazione) si ripeta in qualche modo nella struttura
dinsieme.
Forse il De remediis può risultare
un libro strano per la mentalità moderna, tuttavia dovrebbe farci riflettere il fatto che
questa fu lopera del Petrarca più entusiasticamente accolta, forse più del Canzoniere.
Come si spiega tale successo?
Il De remediis è stato definito giustamente un manuale. Lo è, certamente, e da
tale vademecum si poteva estrarre un tesoro di materiali suscettibili di vario uso
(massime, aneddoti, exempla e
quantaltro). Ma il ponderoso volume interessava anche la società nel suo complesso
(bastano a dimostrarlo già i titoli or ora citati). Per ogni occasione e per ogni persona
esiste un "rimedio" adornato di precedenti classici, un esempio o una sentenza antica. Loperazione
petrarchesca consiste nellappoggiare la morale cristiana sui pilastri della
letteratura e la storia romane; raramente parla di religione, e usa parcamente la Bibbia e i Padri della Chiesa: ma è su questo tacito
fondamento che si coglie linterpretazione dellopera.
Nel De remediis sinaugura una
strada che poche volte tornerà a essere battuta con pari rigore: la sottile difesa
delletica cristiana con armi che non erano precisamente quelle proprie della
tradizione teologica. Perché Petrarca in realtà non propone problemi di confessione e di
culto, nemmeno li concepisce, muovendosi in una sfera che i moralisti di allora non
solevano presentare isolata, svincolata dalla pratica religiosa esteriore. In altre
parole, la materia del De remediis non consiste nei particolari precetti della
Chiesa, ma negli universali comandamenti della legge di Dio, non nella devozione
dottrinale e di facciata, ma nella pietas delle opere e del pensiero. Petrarca,
come già in tanti altri luoghi, tentava qui una «litterata devotio» (Seniles I,
5) che arricchisse lhumanitas, laspetto umano della sua impeccabile
ortodossia. La teologia e la pratica esterna della religione sono appena sfiorate nel De
remediis (e qui va intravista una delle ragioni per cui piaceva agli erasmisti), perché sono fuori
discussione, perché sono il sostegno minimo, a partire dal quale si esercita
lapporto reale dellintellettuale cristiano, capace di coniugare la sapientia
degli antichi con il primigenio messaggio evangelico.
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