La Canzone d'Autore Italiana
L'abbattimento dello Zeppelin
(1973 - Area, Sassi)
Dicono tutti che è colpa mia
viaggiava nel cielo gonfiato dal vento
sembrava ubriaco di un grande potere
Un rumore d'acciaio lo ha fatto cadere
piombare nel fango senza più stile
Dicono tutti che è colpa mia
giocano tutti con il corpo sgonfiato
dal vento che è senza memoria
Dicono tutti che è colpa mia,
il vento mi ha detto che morirò.
Definito da qualcuno “il testamento del pop italiano degli anni ‘70”, “Arbeit macht frei” - “il lavoro rende liberi”, con trasparente allusione alla scritta campeggiante sui campi di sterminio dei nazisti - esplode nel ‘73 con forza dirompente, primo esempio di album realmente “militante” nel panorama italiano. Posto in chiusura del disco, “L’abbattimento dello Zeppelin” è con ogni probabilità il brano più teatrale della scaletta: non si può dirlo altrimenti, poiché l’utilizzo dei suoni nella funzione d’immagini è il dato più caratteristico della musica degli Area. L’assolo di Tofani alla chitarra, che funge quasi da preludio allo schianto del dirigibile, si muove nei territori del free jazz: all’andamento concitato del brano, fa felicemente da interprete la voce senza paragoni di Stratos, che traccia ghirigori nell’aria, si frantuma, recita, declama. Pur se il pezzo è meno direttamente “politico” di altri, comunque rimangono delle sottolineature di carattere storico-sociale: al pari del treno ne “La locomotiva” di Guccini, qui la macchina è il mostro onnivoro. Un simbolo del Capitale, insomma; indi, da distruggere in un atto dal sapore luddistico.
Dicono tutti che è colpa mia
viaggiava nel cielo gonfiato dal vento
sembrava ubriaco di un grande potere
Un rumore d'acciaio lo ha fatto cadere
piombare nel fango senza più stile
Dicono tutti che è colpa mia
giocano tutti con il corpo sgonfiato
dal vento che è senza memoria
Dicono tutti che è colpa mia,
il vento mi ha detto che morirò.
Definito da qualcuno “il testamento del pop italiano degli anni ‘70”, “Arbeit macht frei” - “il lavoro rende liberi”, con trasparente allusione alla scritta campeggiante sui campi di sterminio dei nazisti - esplode nel ‘73 con forza dirompente, primo esempio di album realmente “militante” nel panorama italiano. Posto in chiusura del disco, “L’abbattimento dello Zeppelin” è con ogni probabilità il brano più teatrale della scaletta: non si può dirlo altrimenti, poiché l’utilizzo dei suoni nella funzione d’immagini è il dato più caratteristico della musica degli Area. L’assolo di Tofani alla chitarra, che funge quasi da preludio allo schianto del dirigibile, si muove nei territori del free jazz: all’andamento concitato del brano, fa felicemente da interprete la voce senza paragoni di Stratos, che traccia ghirigori nell’aria, si frantuma, recita, declama. Pur se il pezzo è meno direttamente “politico” di altri, comunque rimangono delle sottolineature di carattere storico-sociale: al pari del treno ne “La locomotiva” di Guccini, qui la macchina è il mostro onnivoro. Un simbolo del Capitale, insomma; indi, da distruggere in un atto dal sapore luddistico.
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