La Canzone d'Autore Italiana
Roberto Vecchioni
Figlia
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(1976 - Vecchioni)

Sapeva tutta la verità
il vecchio che vendeva carte e numeri,
però tua madre è stata dura da raggiungere,
lo so che senza me non c'era differenza:
saresti comunque nata,
ti avrebbe comunque avuta.
Non c'era fiume quando l'amai;
non era propriamente ragazza,
però credo di aver fatto del mio meglio,
così a volte guardo se ti rassomiglio,
lo so, lo so che non è giusto,
però mi serve pure questo.

Poi ti diranno che avevi un nonno generale,
e che tuo padre era al contrario
un po' anormale, e allora saprai
che porti il nome di un mio amico,
di uno dei pochi che non mi hanno mai tradito,
perché sei nata il giorno
che a lui moriva un sogno.

E i sogni, i sogni,
i sogni vengono dal mare,
per tutti quelli
che han sempre scelto di sbagliare,
perché, perché vincere significa "accettare"
se arrivo vuol dire che
a qualcuno può servire,
e questo, lo dovessi mai fare,
tu, questo, non me lo perdonare.

E figlia, figlia,
non voglio che tu sia felice,
ma sempre "contro",
finché ti lasciano la voce;

vorranno
la foto col sorriso deficente,
diranno:
"Non ti agitare, che non serve a niente",
e invece tu grida forte,
la vita contro la morte.

E figlia, figlia,
figlia sei bella come il sole,
come la terra,
come la rabbia, come il pane,
e so che t'innamorerai senza pensare,
e scusa,
scusa se ci vedremo poco e male:
lontano mi porta il sogno
ho un fiore qui dentro il pugno.

Giusto prima del successo ottenuto grazie a “Samarcanda”, Vecchioni licenziava un album, “Elisir” (1976), pieno di pagine intense. Le dediche, innanzitutto: quella ad Arthur Rimbaud in fuga dal mondo nella raffinata “A.R.”, al leggendario navigatore - approdato a Cuba - Velasquez nel brano omonimo, all’amico Guccini in “Canzone per Francesco”. Musicalmente ispirato a Bob Dylan ed a Neil Young, il disco è uno tra i più omogenei e compatti del nostro: il vertice sta in un pezzo intimo, affettuoso, programmaticamente intitolato “Figlia”. C’è tenerezza, amore paterno, orgoglio, in questi versi in cui si augura alla donna che sarà di non essere necessariamente felice, ma di trovare la forza per battersi sempre in difesa di ciò in cui crede. Tra le cose più commoventi mai scritte pensando alla propria prole (nel 1987, giusto Guccini licenzierà un altro splendido ritratto del genere in “Culodritto”), “Figlia” vive di un’emozione intensa (magico, il violino di Lucio Fabbri) che si comunica a chiunque ascolti: e vibra di bellezza rara nei propri intenti pedagogici, rivendicando con forza la dignità ed il nitore dei perdenti.
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