Momenti del Cinema Italiano
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I registi dell'impegno
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Spentisi negli anni '50 gli ultimi fuochi del neorealismo, il decennio successivo vede l'affermarsi di alcuni registi fattisi notare in precedenza: ha così modo di rilucere il magistero registico di Fellini ("La dolce vita", 1960, "Otto e mezzo" 1963), Antonioni ("L'avventura", 1960, "La notte", 1960, "L'eclisse", 1962) e di poter emergere il talento immenso di Pier Paolo Pasolini ("Accattone", 1961).
Accanto a queste conferme, lentamente si consolida il boom della commedia all'italiana, mentre nuovi generi (il western, l'horror) sostituiscono i vecchi: nello stesso tempo, si afferma una nuova generazione di cineasti che, da diverse prospettive, affrontano il presente con sguardo lucido e notomizzatore. Il più atipico e spiazzante tra loro è certamente il milanese Marco Ferreri che, fattosi le ossa in Spagna firmando aspri e sin cattivi ritratti di costume, al suo ritorno in patria aggredisce - con una serie di pellicole sferzanti ed amare - l'istituzione matrimoniale ("L'ape regina", 1963, "I fuorilegge del matrimonio", 1963), la famiglia ("La donna scimmia", 1964), la società neocapitalistica ("Dillinger è morto", 1969), il consumismo figliato dal benessere ("La grande abbuffata", 1973). Sovente colpito dai fulmini censori, il cinema ferreriano incide in profondità con le armi del sarcasmo e del rifiuto di facili consolazioni metafisiche, a volte tuttavia sterilizzate da un nichilismo di fondo che costituisce il limite suo più evidente. La consapevolezza ideologica non difetta, invece, a Marco Bellocchio: ancor più che ne "I pugni in tasca" (1965), straordinaria opera prima che irride valori ed istituzioni con efficace ed inusitata rabbia, essa diverrà evidente nella satira politica de "La Cina è vicina" (1967) per poi precisarsi in affondi contro i collegi cattolici ("Nel nome del padre", 1972), i grandi organi d'informazione ("Sbatti il mostro in prima pagina", 1972), l'esercito ("Marcia trionfale", 1976), gli istituti psichiatrici ("Nessuno o tutti", 1975). Sostenuta da un rigore di fondo e da una morale della visione rara dalle nostre parti, la filmografia di Bellocchio allineerà in seguito una schidionata di titoli inficiati da pleonastiche sottolineature psicoanalitiche, riacquistando interesse solo negli ultimi anni ("Il principe di Homburg", 1997, "La balia", 1999, "L'ora di religione", 2002). Partono da preoccupazioni di natura politica pure i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, esordendo con un lungometraggio ("Un uomo da bruciare", 1962) che rompe decisamente con l'eredità neorealistica: successivamente, tuttavia, essi riusciranno solo rare volte ("San Michele aveva un gallo", 1973, "Padre padrone", 1977, "La notte di San Lorenzo", 1982) a coniugare lucidità di analisi e rigore stilistico, sovente perdendosi in fumistiche metafore - da "Sotto il segno dello scorpione" (1969) a "Fiorile" (1993) - scarsamente digeribili anche per il pubblico più bendisposto.
Abbandona ben presto, invece, il presente e la sua complessità, Bernardo Bertolucci: figlio del poeta Attilio, egli si fa notare grazie ad un’operina (“Prima della rivoluzione”, 1964) che narra con una certa sincerità l’educazione sentimentale e politica d’un giovane borghese. Ben presto, tuttavia, egli si rifugia in riflessioni sui padri che si traducono nel dittico di “Strategia del ragno” (1970) e “Il conformista” (1970): film di grande valore, che preludono però al successo di scandalo del batailliano “UItimo tango a Parigi” (1972) e ad un definitivo consegnarsi del regista parmense alla logica delle superproduzioni, dalla quale di rado saprà affrancarsi (“La tragedia di un uomo ridicolo”, 1981, o “L’assedio”, 1999, non a caso fra le cose sue più riuscite)
E’ un cinema di piccoli fatti quotidiani, per contro, quello di Ermanno Olmi. Imparentato con il senso del sacro e la ricerca di valori assoluti d’un Rossellini, esso si traduce in vicende incentrate su personaggi che vivono esistenze normali in contesti comuni: “Il posto” (1961), “I fidanzati” (1963), “Un certo giorno” (1969), “La circostanza” (1974) descrivono situazioni nelle quali la tranquillità del quotidiano viene incrinata da un evento, che induce i rispettivi protagonisti ad una profonda riflessione su se medesimi. Il cattolicesimo severo e pudico di Olmi, in seguito, aprirà progressivamente verso il sociale, soprattutto ne “L’albero degli zoccoli” (1978), ove la descrizione del mondo contadino è assai meno intrisa di idillica nostalgia di quanto si sia da più parti detto. Dopo lunga malattia, il recente “Il mestiere delle armi” (2001) ci ha, per fortuna, restituito un autore in forma smagliante. Da certo cattolicesimo del dissenso, infine, prende le mosse il percorso di Liliana Cavani: nelle sue espressioni più efficaci (il “Francesco d’Assisi” (1966) degli esordi e la sua rilettura, vent’anni dopo; il suggestivo “Milarepa”, 1974), esso trova accenti di ispirata ed a tratti toccante sincerità; altrove, si traduce in operazioni decorative e viziate da una inutile ricerca del morboso (“Al di là del bene e del male”, 1977, “Oltre la porta”, 1982), sulla scorta di quel “Portiere di notte” (1974) che è riuscita miracolosa ed unica, in perfetto equilibrio tra letteratura post-freudiana e compiacimenti sadomasochistici.

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