1. Luci
I primi anni '80, come accennato in precedenza, portano pel cinema alcune novità di rilievo. Il moltiplicarsi delle tv private comincia, in maniera sistematica, ad erodere spettatori alle sale. Il lento declino delle consuete modalità di fruizione, a propria volta, conduce alla scomparsa delle seconde e delle terze visioni, causata dall'enorme offerta di film del piccolo schermo. Altra conseguenza è la sparizione, mesta e inesorabile, delle pellicole di genere: gli ultimi fuochi brillano con certi tardi esempi di commedia erotica, su tutti quel "W la foca" (1982) di Nando Cicero che, anni dopo, diverrà una sorta di bandiera del cinema minore. Colpita da un'emorragia di spettatori vieppiù grave, con un numero sempre minore di produttori disposti a rischiare i propri danari, la cinematografia nostrana finisce per chiudersi in due recinti: il comico-brillante ed il lavoro d'autore. Quest'ultimo scomparto, fatta eccezione per i pochi (Moretti, Amelio, Salvatores, Tornatore) di cui ci occupiamo a parte, include in rilevante misura cineasti capaci di ballare una sola estate o quasi: tramontata ogni ipotesi di impegno civile e sparite le ideologie, i nuovi arrivati scelgono di dedicarsi a un cinema autoreferenzial-generazionale, inerte e solipsistico, spesso sulla scia di tic e stilemi d'una poetica, quella di Moretti, troppo legata al suo talento. Tra gli autori più interessanti e meno provvisori, va segnalato il napoletano Salvatore Piscicelli che - segnatamente con l'esordio di "Immacolata e Concetta" (1980) e il seguente "Le occasioni di Rosa" (1981) - parla di sottoproletariato napoletano in termini lontani da opzioni neorealistiche, invece adoprando i moduli melò di un Douglas Sirk in un'ottica di spregiudicata carnalità. Meno dotato, l'italiano di San Francisco Peter Del Monte realizza operine sottili ed eleganti, sovente assai gracili, tra le quali spicca "Piccoli fuochi" (1985), storia della singolare relazione tra un bambino e la sua baby-sitter, vivificata dalla bella prova d'attrice di Valeria Golino. Quanto al trionfante universo della comicità, esclusi Benigni e Verdone che sanno ritagliarsi uno spazio originale, c'è in effetti ben poco da ridere. Va detto di Troisi, che - attore fra i più peculiari della sua generazione, troppo presto scomparso - dietro la macchina da presa s'era però smarrito dopo i convincenti esiti di "Ricomincio da tre" (1981) e "Scusate il ritardo" (1982). E più che un cenno meriterebbe Paolo Villaggio, inventore di quel Fantozzi che è davvero l'ultima maschera di italiano, al centro di una serie di film irresistibile nelle prime puntate. Gli ha nuociuto, negli anni, il cinismo nelle scelte dei ruoli, lo sfruttamento intensivo del suo personaggio d'elezione, solo in parte compensato dalla prova fornita ne "La voce della luna" (1990) di Federico Fellini: la sua resta, comunque, una figura unica, in un contesto abitato massimamente da mediocri.
2. Ombre
E', sicuramente, più semplice parlare dei lati meno felici, dei punti negativi di un periodo fra i più bui del cinema indigeno. La predilezione delle platee per il divertimento era un tempo soddisfatta dalla nobile tradizione della commedia all'italiana: dipoi, quest'ultima s'imbastardisce e si perde in mille rivoli, diviene volgarmente qualunquista e - in più d'una occasione - becera, greve, irricevibile. I fratelli Carlo ed Enrico Vanzina, i nostrani fucinatori d'ilarità di più rilevante successo nei primi anni '80, incarnano bene la transizione da un periodo all'altro: la loro filmografia include diverse cose - un "Sapore di mare" (1983) all'insegna d'una garbata nostalgia per i '60, il primo "Vacanze di Natale" (1983) ch'è tra i ritratti più acuti e divertiti dell'Italia edonista ed arricchita dell'epoca, per tacer di quel "Mystere" (1983) tracciante una curiosa via autarchica al giallorosa meritevole di miglior fortuna - che li renderebbero degni d'inclusione nel primo capitolo di questa trattazione, ma troppe o troppo continuate son state successivamente le loro concessioni al mestiere più anodino ed impersonale, secondo moduli ripetitivi e talvolta canaglieschi (valga per tutti il deprecabile "SPQR", 1994). Quanto ai comici veri e propri, all'improbabile Celentano interprete è succeduto nei favori del pubblico il pratese Francesco Nuti: più efficace e misurato quando diretto dal sodale Maurizio Ponzi (soprattutto in "Io, Chiara e lo Scuro", 1982), come regista di se stesso si avvita ben presto in un insopportabile narcisismo che, unito ad una desolante mancanza d'idee, lo condanna dopo un po' ad un meritato declino che egli male affronta sul piano personale ed umano. Il trionfo della coppia Boldi-De Sica, infine, in film-panettone firmati perlopiù da Neri Parenti, sarebbe solamente un caso desolante di cattivo gusto cinematografico collettivo se non segnasse pure la dispersione sciagurata di due indiscutibili talenti: in particolare, Massimo Boldi potrebbe ambire a qualcosa di più delle incredibili guitterie alle quali si presta - dietro lautissimo compenso, va detto - ad intervalli regolari. Quanto agli artisti presunti, quelli che Michele Placido ha definito con arguzia i "falsi d'autore", non ci regge il cuore a farne un sia pur sommario elenco. Sono legione, quelli del capolavoro rimandato: inutile citarli tutti, costringeremmo chi ci legge ad un inutile ed immane sforzo di memoria, ché molti sono già nel dimenticatoio. Ci basti, per chiudere su una nota di ottimismo, che per tanti mal finiti o mai partiti, talvolta gente che pareva spacciata ha poi saputo trovare la forza per rinascere: Pappi Corsicato, ad esempio, dopo due prove - "Libera" (1993) ed "I buchi neri" (1995) - di evidente filiazione almodovariana ed inesistente originalità, ha azzardato con "Chimera" (2001) una rilettura di certo nostro cinema di genere degli anni '70 gustosa e audace, anche se sfortunata. E Marco Tullio Giordana, da parecchi e da gran tempo ascritto all'elenco della promesse non mantenute, ha saputo con "I cento passi" (2000) ed ancor più con l'appassionante saga de "La meglio gioventù" (2003) tornare a ritagliarsi un posto di rilievo nella scena cinematografica. Sono segnali magari piccoli, ma positivi, d'un mutamento di tendenza: le ultime stagioni han fornito, per fortuna, conferma a dette impressioni.

